In un mondo calcistico che spesso dimentica il valore della gavetta, Gabriele Verdesca rappresenta l'essenza dell'allenatore moderno.
Dagli esordi in una terra difficile ma passionale come la Puglia, passando per le esperienze internazionali in Germania e Malta, fino alla sfida "disperata" (e ora vincente) sulla panchina della Pro Gorizia in Friuli.

Intervenuto ai nostri microfoni, Gabriele ha ripercorso con un breve excursus la sua carriera, soffermandosi sui periodi salienti e di maggiore rilievo.

Bentrovato Gabriele. Prima Avetrana, poi Gallipoli: raccontaci le tue prime esperienze.
“Ho iniziato la mia carriera ad Avetrana, un piccolo paese nella provincia di Taranto conosciuto prevalentemente per la cronaca di Sarah Scazzi. Il club allora militava in Eccellenza. Riuscimmo ad arrivare a disputare addirittura i play-off per salire in Serie D: fu un campionato straordinario. La stagione successiva sono approdato al Gallipoli, con l’incarico di vice-allenatore di Antonio Toma. Toma, a sua volta, è stato il “secondo” di Antonio Conte all’Atalanta e al Bari, dunque per me è stata un’esperienza estremamente formativa. Per soli due punti non riuscimmo ad agguantare la zona play-off…”

Il primo incarico in una realtà blasonata è nel Foggia...
“Dopo l’avventura in Germania sono rientrato in Italia, ed ho avuto la possibilità di allenare l’Under16 del Foggia. Arrivai a gennaio, e disputammo un clamoroso girone di ritorno, tanto da chiudere al secondo posto in classifica nel campionato nazionale. Partimmo in salita, difatti la prima gara la perdemmo a Catanzaro 5-1. Poi, contro gli stessi vincemmo 5-0 al ritorno, sinonimo di un percorso di crescita fisica e mentale. Adoro lavoro con i ragazzi, loro sono una “spugna”, apprendono tante cose facilmente, e l’allenatore è come un secondo papà. A Foggia, dunque, mi son trovato benissimo”

In Germania nei settori giovanili, a Malta come match analyst: da dove nasce la scelta di avventure estere?
“Fare un’esperienza fuori dai propri confini la consiglio a tutti gli allenatori: è fondamentale per crescere mentalmente e per instaurare nuovi rapporti. E’ vero, il calcio è uguale in tutto il mondo, ma in ogni Paese c’è una propria cultura, un proprio modus operandi, una propria scuola di pensiero. Ad esempio l’approccio alla gara della domenica è differente, difatti mi meravigliai quando in Germania nel pre-gara regnava la musica techno alta con le casse, in Italia sarebbe utopistico. Il campionato tedesco è meno tecnico, meno tattico, ma molto più aggressivo del nostro. La Premier League maltese è invece una realtà in crescita, lì si investono tanti soldi nelle strutture e si ripone tanta fiducia nei giovani. E’ un calcio veloce e tecnico, simile a quello inglese"

 Tornato in Italia, hai vissuto diverse esperienze tra Francavilla e Brilla Campi, ma la vera scintilla sembra essere scattata a Ugento.

"Assolutamente sì. A Francavilla ero tornato come vice di Rogazzo prima e collaboratore di Coletti poi, ma la chiamata dell'Ugento per affiancare David Di Michele è stata la vera svolta della mia carriera. Lavorare con un uomo che ha vestito la maglia della Nazionale e ha calcato i campi della Serie A ti cambia la prospettiva. David è una persona squisita, un uomo di calcio che ha imparato dai più grandi, come Spalletti, e che ha la rara dote di farti sentire sempre a tuo agio, lasciandoti spazio per lavorare. Nonostante l'esonero finale, dettato da scelte societarie, quell'esperienza mi ha dato la consapevolezza necessaria per fare il grande salto che aspettavo da anni."

 

Arriviamo al presente. Il 4 dicembre approdi in Friuli, alla Pro Gorizia. Trova una squadra ultima, apparentemente spacciata. Cosa hai provato varcando quel cancello?
"Non dimenticherò mai quella prima riunione nello spogliatoio. Vedevo ragazzi che non riuscivano nemmeno a guardarmi negli occhi; fissavano il pavimento, sopraffatti dallo sconforto sportivo. Era una situazione disastrosa. Insieme al Direttore siamo intervenuti subito sul mercato con 3 o 4 innesti mirati a dicembre e gennaio, ma il lavoro grosso è stato sulla mentalità e sui ritmi."

Quali cambiamenti hai introdotto per invertire la rotta?
"Ho imposto la mia metodologia.
Al mio arrivo si allenavano tre volte a settimana; ho detto subito che non poteva bastare. Siamo passati a cinque sedute settimanali più la gara. Inizialmente raccoglievamo molti pareggi – ben sei di fila – eravamo solidi ma non riuscivamo a graffiare. Un mese fa, poi, ho capito che il problema era anche climatico e biologico: ci allenavamo alle 18:30 con un freddo polare. Ho spostato le sedute alle 16:00 per sfruttare la luce del sole, l'energia e la vitamina D. Da quel momento, paradossalmente o forse no, sono arrivati 10 punti in 4 partite. L'ultima vittoria contro la capolista, decisa da un gol di Solidembé — ragazzo che conoscevo bene da Foggia e che ho fortemente voluto qui — è stata l'apoteosi di questo percorso."

Quali analogie e quali contrasti vede tra l'Eccellenza friulana ed  il calcio pugliese?
"Il livello medio in Puglia è più alto, quasi professionistico per dedizione e qualità tecnica. In Friuli solo le prime 3 o 4 squadre reggerebbero il confronto con le nostre. Ma c'è una cosa bellissima qui: il 'terzo tempo'. Vedere presidenti e giocatori seduti a mangiare pasta e bere birra insieme dopo la partita, anche se si è perso, è straordinario. All'inizio io restavo in tribuna, incapace di darmi pace per la sconfitta, mentre loro festeggiavano lo sport in quanto tale. È un approccio molto più 'soft' e sereno rispetto al nostro..."

Mancano cinque "finali" alla fine. La salvezza diretta è possibile?
"Dobbiamo entrare in campo con i coltelli tra i denti. Ci davano per spacciati, stampa compresa, e oggi giocarci la salvezza senza play-out è già un onore. Le ultime due gare contro Sanvitese e Chiarbola Ponziana saranno gli spartiacque definitivi. Il mio futuro? Non ci penso ancora, sono focalizzato solo su questo obiettivo. Sono un allenatore che viaggia, potrei restare qui o andare ovunque nel mondo, ma oggi penso solo al presente e alla Pro Gorizia"

TI definisci un "giochista"  o un "risultatista" più pragmatico?
"Mi adatto.
Due domeniche fa abbiamo dominato il possesso palla e la costruzione dal basso contro una diretta concorrente, vincendo con merito. Contro la prima in classifica, invece, abbiamo fatto il classico gioco all'italiana: catenaccio e ripartenza, segnando all'88' con tre passaggi rapidi. Il mio modulo ideale è il 4-3-3 o il 4-2-3-1, ma non sono un integralista: se bisogna difendere il risultato per portare a casa la pelle, non c'è nulla di male nel fare di necessità virtù

Chiudiamo con il suo sogno. Cosa vede Gabriele Verdesca nel suo domani?
"Dico sempre ai miei figli che vivere senza sogni è impossibile. Il mio obiettivo breve è la salvezza con la Pro Gorizia, che sarebbe una vera favola. Ma il sogno nel cassetto, quello grande, è arrivare in Serie A. Magari non ci riuscirò, ma ci avrò provato con tutto me stesso. E se la mia Serie A dovesse fermarsi all'Eccellenza, la vivrò comunque con lo stesso amore per questo mestiere..."



a cura di 
Emanuele Cantisani

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