Malagò commissario? La legge Severino dice no: "I suoi atti potrebbero essere tutti nulli"
L'avvocato Renato Miele a Radio Radio: il divieto di pantouflage blocca la nomina del CONI. Pronto l'intervento dell'ANAC
Scoppia un'ulteriore bufera sulla governance del calcio italiano dopo l'ufficializzazione del commissariamento della FIGC. A sollevare l'ennessima obiezione giuridica destinata a far discutere è l’avvocato Renato Miele, intervenuto ai microfoni di Radio Radio, dopo averlo fatto in esclusiva anche ai nostri microfoni: Giovanni Malagò non può ricoprire la carica di Commissario della Federcalcio.
La svolta giuridica e il nodo "Pantouflage"
La contestazione parte da una distinzione chiave: la presidenza federale è una carica elettiva, mentre il Commissario straordinario viene nominato direttamente dal CONI, che è un ente pubblico. Miele ha spiegato come questo passaggio cambi del tutto il quadro normativo, facendo scattare l'applicazione della Legge Severino e del D.Lgs. 165/2001 (art. 53, comma 16-ter) sul divieto di pantouflage: "La sua nomina a commissario è incompatibile per la legge Severino. La situazione giuridica è cambiata, perché il commissariamento avviene su nomina del CONI. E quindi lui è un commissario nominato, non eletto."
La norma vieta infatti a chi ha esercitato poteri autoritativi o negoziali in un ente pubblico (come il CONI) di assumere incarichi, nei tre anni successivi, in soggetti privati vigilati (come la FIGC). Come riportato da Miele anche nel proprio ricorso formale: "Il dr. Malagò, essendo stato presidente del C.O.N.I. fino al giugno 2025 e dovendo assumere eventualmente la carica [...] non può ricoprire la carica [...] ai sensi dell’Art. 53, c. 16-ter, d.lgs 165/2001 (cosiddetto 'divieto di pantouflage') ed ai sensi dell'art. 21 d.lgs 39/2013."
L'effetto di questa incompatibilità rischia di paralizzare la Federazione. La legge prevede infatti che gli incarichi conferiti in violazione del pantouflage siano nulli di diritto, rendendo annullabile ogni delibera o atto firmato sotto la gestione commissariale. Miele ipotizza quindi un imminente vaglio dell'Autorità AntiCorruzione: "Se l'ANAC si sveglia e vedrà questa situazione, può darsi che interverrà".
La vicenda si inserisce in un percorso iniziato mesi fa con il ricorso di Miele contro la propria esclusione dalle candidature alla presidenza FIGC. L'avvocato ha contestato sia i paletti dello statuto — sostenendo che "non è possibile che su un milione e mezzo di tesserati il candidato sia deciso da poche persone" — sia la regolarità dei requisiti degli altri candidati. Critiche sono state rivolte anche alla Giustizia Sportiva, reasi a suo dire colpevole di aver "aggirato le norme invocate nei ricorsi". Miele conclude confermando la volontà di riprovarci se le regole cambieranno: "Se modificano lo statuto mi ricandido: la priorità devono essere i giovani e i vivai, non la politica da poltrona".