Filippo Falco: «Il calcio è stato la mia vita. In Italia servono più coraggio e più spazio ai giovani»
Oltre 380 presenze tra i professionisti, più di 50 reti, una carriera costruita passo dopo passo, senza scorciatoie. Filippo Falco è stato uno dei fantasisti più tecnici della sua generazione, capace di lasciare il segno con giocate di qualità in piazze importanti come Lecce, Benevento, Trapani e Bologna, fino all’esperienza internazionale tra Serbia e Romania. Oggi, a 34 anni, guarda ancora al futuro con la stessa passione di quando da bambino dormiva con un pallone accanto al letto.
In questa intervista si racconta senza filtri: dagli anni trascorsi lontano dalla famiglia per inseguire il sogno di diventare calciatore alle difficoltà incontrate lungo il percorso, dal sistema calcio italiano, che a suo giudizio penalizza il talento con troppe etichette, fino alla gioia della Serie A, alla paternità e al desiderio di tornare presto in campo. Un viaggio tra ricordi, riflessioni e progetti di un giocatore che continua a credere nel valore del lavoro, della tecnica e della passione.
34 anni, nato a Pulsano (Taranto), oltre 380 presenze tra i professionisti e più di 50 gol. Filippo Falco ha vestito le maglie di Pavia, Lecce, Reggina, Juve Stabia, Trapani, Bologna, Cesena, Perugia, Pescara, Benevento, Stella Rossa, Cluj, Cagliari, Carrarese e Campobasso. Un talento puro, spesso accostato ai grandi numeri 10 del calcio italiano. Con lui abbiamo ripercorso la sua carriera, dagli inizi fino ai progetti per il futuro.
Partiamo dagli esordi. Quando hai capito che il calcio sarebbe potuto diventare il tuo lavoro?
"Già da piccolo. A due anni avevo in testa soltanto il pallone. Mio zio mi faceva già calciare con il mancino e dormivo con il pallone. Era una passione che avevo dentro. Crescendo, vedendo quello che riuscivo a fare e confrontandomi con gli altri ragazzi, ho capito che avrei potuto fare qualcosa di importante".
Che ricordi hai dei tuoi primi passi tra Taranto e il settore giovanile?
"Ho iniziato nella scuola calcio Novellino. A otto anni disputai un torneo al Bellevue con la Nuova Taranto e lì fui notato dal Bari, che mi portò nel suo settore giovanile fino ai sedici anni. Sono stati gli anni più belli e formativi sotto il profilo tecnico e umano. In realtà non sono mai stato nel settore giovanile del Taranto: sono cresciuto a Pulsano e sono andato via di casa molto presto. Questo mi ha fatto maturare più in fretta rispetto ad altri ragazzi".
Com’è stato dover crescere così in fretta, lontano dalla famiglia?
"È stato molto difficile, soprattutto nei primi mesi. Un bambino di nove anni viene privato della quotidianità, degli amici e della famiglia. È stata dura, ma avevo una passione enorme e un sogno da realizzare. Tutto il resto passava in secondo piano".
Il Pavia è stata la tua prima vera esperienza tra i professionisti. Quanto è stata importante per la tua crescita?
"È stato l’inizio di tutto. Finché giochi nelle giovanili o in Primavera sembra di aver raggiunto un traguardo, ma il vero calcio inizia quando ci sono i punti in palio e affronti uomini esperti. Lì capisci davvero se puoi fare il calciatore. È stato un anno fantastico, molto formativo dal punto di vista tecnico, tattico e fisico. Feci molto bene e da lì iniziai a farmi conoscere".
C’è una squadra che, oltre al Pavia, ti ha formato più di tutte?
"Il primo vero anno in Serie B con il Trapani è stato fondamentale, tanto che poi mi acquistò il Bologna. La consacrazione, però, è arrivata a Benevento, con la promozione dalla Serie B alla Serie A. Da lì è stato un crescendo fino agli splendidi anni di Lecce, che mi hanno portato a giocare nella massima serie".
In tanti ti hanno sempre riconosciuto qualità tecniche fuori dal comune. Hai mai avuto la sensazione di non essere stato valorizzato quanto meritavi?
"Le responsabilità sono sempre cinquanta e cinquanta. Forse sono maturato un po’ più tardi, ma credo anche che il sistema del calcio italiano non funzioni nel modo migliore. Non è un caso se da tanti anni l’Italia fatica a tornare ai vertici. Esistono troppe etichette: ci sono grandi giocatori di Serie B che vengono considerati inadatti alla Serie A senza avere davvero un’opportunità. Basterebbe dare loro il tempo di sbagliare e crescere".
Di recente si è parlato di Guardiola come possibile commissario tecnico della Nazionale. Tu chi vedresti bene?
"Guardiola sarebbe un sogno, ma ha bisogno anche della materia prima. Se non ripartiamo dai settori giovanili e non facciamo giocare i ragazzi già a 17 o 18 anni, come succede in Spagna, diventa difficile per qualsiasi allenatore. Guardiola è il migliore al mondo, ma ha bisogno di qualità tecnica per esprimere il suo calcio".
Fabregas ha detto che in Italia ci sono pochi giovani italiani pronti. Ha ragione?
"Per l’80% sì. Lo dimostra il fatto che ha preso subito Liberali, un ragazzo molto talentuoso, un trequartista di vecchio stampo, molto tecnico. Se vede qualità, la valorizza. Il problema è che oggi manca la materia prima e spero davvero che qualcosa cambi".
Se dovessi scegliere la stagione più bella della tua carriera?
"Il biennio con il Lecce culminato con la promozione è stato straordinario, ma la stagione 2019-2020 in Serie A rappresenta l’apice della mia carriera. Avevo raggiunto la piena maturità tecnica, fisica e mentale e sono riuscito a dimostrarlo al massimo livello".
La tua è stata una carriera costruita con la gavetta. Che significato ha questa parola per te?
"La gavetta è fondamentale. Oggi basta fare due partite bene per essere etichettati come fenomeni, poi al primo momento difficile si viene messi da parte. La gavetta ti forma mentalmente e umanamente. In Lega Pro ho trovato ambienti difficili e stadi caldissimi che mi hanno fatto crescere. Vale anche per gli allenatori: penso a Sarri e a tanti tecnici che hanno fatto anni di gavetta prima di arrivare in Serie A. Oggi chi è stato un grande calciatore parte direttamente dalla Serie B".
Hai realizzato il sogno della Serie A. Quanto ti ha cambiato?
"Non mi ha cambiato come persona. Sono sempre rimasto lo stesso ragazzo. Però era una vera ossessione. Dopo tanti anni in Serie B volevo dimostrare di poter stare in Serie A, anche contro chi sosteneva il contrario. Quando un giocatore è forte, nel contesto giusto può fare bene ovunque. In Italia, invece, le etichette pesano ancora troppo".
Hai segnato tanti gol. Ce n’è uno al quale sei più legato?
"Il primo in Serie A, su punizione contro il Sassuolo con la maglia del Lecce. È stato il coronamento di un sogno che avevo fin da bambino. Forse non il più importante, ma sicuramente il più emozionante".
Qual è stato lo spogliatoio più divertente della tua carriera?
"Quello del Benevento. Eravamo una vera banda di matti, ma allo stesso tempo un gruppo straordinario. Abbiamo conquistato la Serie A e il nostro punto di forza era proprio l’unione. Stavamo sempre insieme anche fuori dal campo".
C’è un aneddoto che ricordi con particolare piacere?
"C’erano Camporese, Cragno, Ceravolo e tanti altri ragazzi fantastici. Eravamo sempre insieme, ci divertivamo tantissimo. Quando c’era da lavorare si lavorava seriamente, ma fuori dal campo sembravamo dei comici".
Hai giocato in diverse categorie e anche all’estero. Quali differenze hai trovato?
"La Serie A è un altro mondo. Serve completezza sotto ogni punto di vista: tecnica, fisico e mentalità. Oggi il calcio si è livellato molto sul piano atletico, quindi la vera differenza la fa la qualità tecnica. Più sali di categoria, più aumenta il livello.
All’estero, con la Stella Rossa, ho trovato un calcio molto tecnico ma meno ossessionato dalla tattica rispetto all’Italia. Il gioco è più aperto e offensivo. Ho avuto anche la fortuna di disputare le competizioni europee e lì il livello cresce ulteriormente".
L’esperienza alla Stella Rossa aveva acceso grandi aspettative. Cosa è successo?
"L’ambientamento non è stato semplice, sia per la lingua sia per la cultura. Ho giocato anche in Europa e segnato nei preliminari, ma poi sono sorti problemi economici e contrattuali. Il club non ha mantenuto gli accordi e mi sono ritrovato coinvolto in una lunga vicenda legale con avvocati e FIFA".
Poi sei arrivato al Cluj. Com’è stata quell’esperienza?
"Ho trovato una società importante e una città bellissima. Purtroppo, essendo ancora in causa con la Stella Rossa, non arrivò il transfer internazionale e non potei giocare. È stato un peccato, perché avrei voluto vivere quell’esperienza anche sul campo".
Dal punto di vista tecnico e ambientale, come hai trovato i campionati di Serbia e Romania rispetto all’Italia?
"La differenza principale è l’aspetto tattico. Vivono il calcio con molta più serenità e ci sono meno pressioni mediatiche. I giocatori sono maggiormente tutelati dalle società. In Romania ho trovato stadi splendidi e club che investono molto. Soprattutto, contano il talento e non le etichette".
Oggi sei svincolato. Ti sorprende?
"No. Oggi basta fermarsi una stagione e diventa tutto più complicato. Pesano il minutaggio riservato ai giovani, l’età e anche l’evoluzione tattica del calcio. Si gioca quasi sempre con il 3-5-2 e per un trequartista come me trovare spazio è più difficile. Servono allenatori che amino il calcio offensivo. Il mio modulo ideale resta il 4-3-1-2 o il 4-2-3-1".
Quanto pesa il talento e quanto le opportunità?
"Il talento è importante, ma senza sacrificio non basta. Serve anche fortuna e soprattutto incontrare persone che vogliano davvero il tuo bene. Oggi l’aspetto umano nel calcio è diminuito. È diventato un grande business e bisogna avere accanto persone serie. Purtroppo si sentono anche storie di direttori che chiedono soldi ai genitori per far giocare i figli. Queste cose fanno male al calcio".
Da due anni e mezzo sei diventato papà. Quanto ti ha cambiato la paternità?
"Tantissimo. Tutto ciò che prima sembrava fondamentale passa in secondo piano. Tua figlia diventa la priorità assoluta. Anche dopo una giornata difficile, un allenamento andato male o una partita storta, torni a casa, la vedi sorridere e tutto acquista un’altra prospettiva".
Hai seguito gli ultimi Mondiali? Hai tifato per qualcuno?
"Non ho visto tutte le partite, ma tifavo Argentina perché volevo che Messi vincesse il Mondiale. È sempre stato il mio idolo e, per me, il più forte della storia del calcio".
Argentina e Spagna rappresentano due filosofie diverse.
"Sì. L’Argentina senza Messi probabilmente non sarebbe arrivata fino in fondo. La Spagna, invece, oggi è la nazionale più forte del mondo per qualità di gioco e organizzazione. Basta vedere come valorizzano i giovani: Yamal ha debuttato giovanissimo nel Barcellona. È così che si costruiscono i campioni".
Che cosa rappresenta il calcio per Filippo Falco?
"È sempre stato la mia vita. Ho trasformato la mia passione in un lavoro, ma tutto ruotava attorno al calcio. Forse ho anche sbagliato, perché mi portavo a casa tutto quello che succedeva sul campo. Ma senza una passione totale non puoi fare questo mestiere per così tanti anni".
Abbiamo messo la parola fine?
"Assolutamente no. Vorrei giocare ancora. C’è qualcosa che bolle in pentola e spero si concretizzi. Ho ancora voglia di divertirmi".
Se potessi scegliere un campionato estero dove giocare?
"La Spagna. È sempre stato un mio pallino perché è un calcio che valorizza le mie caratteristiche. Non so se succederà, ma nel calcio mai dire mai."
Quali sono i progetti per il futuro?
"Per il momento spero di continuare a giocare. Come dicevo, qualcosa si sta muovendo e vedremo cosa succederà".
Per chiudere: c’è qualcosa di Filippo Falco che il pubblico non ha mai conosciuto?
"Credo di essere sempre stato un ragazzo semplice. Gli amici sono rimasti quelli di sempre. Ho sempre fatto una vita tranquilla, tra casa e affetti. Non ho mai avuto grilli per la testa. Chi mi conosce davvero, dentro e fuori dal campo, sa che sono sempre stato semplicemente me stesso".