Dai primi passi nei campi di Buenos Aires fino ai prati della Basilicata, la storia di Ezequiel Muth è un viaggio fatto di passione, guantoni e chilometri percorsi.
Cresciuto in un club glorioso come il River Plate, ha girato il mondo – tra Spagna e Arabia Saudita – prima di trovare la sua seconda casa in Italia, diventando un punto di riferimento assoluto del calcio dilettantistico lucano.
In questa chiacchierata ci ha raccontato le sue origini, le tappe più importanti della sua carriera, la recente stagione al San Cataldo e i suoi progetti per il futuro, dentro e fuori dal campo.


Ezequiel partiamo un po' dalle origini: raccontaci come ti avvicini al mondo del calcio e dove muovi i primi passi.

"Ho iniziato a muovere i primi passi a soli cinque anni giocando a calcio a 5, una disciplina che ho praticato fino agli 11 anni. Successivamente sono passato al calcio a 11 nelle giovanili del San Lorenzo de Almagro, ma non giocavo ancora in porta, bensì come esterno d'attacco. Dopo appena sei mesi, però, sono approdato al River Plate: era vicino a casa mia e stavo per iniziare la scuola media, quindi rappresentava l'unica opzione logistica percorribile. Lì al River ho cominciato fin da subito a giocare come portiere, proprio perché era il ruolo che ricoprivo originariamente nel calcio a 5, e così la mia primissima esperienza tra i pali è arrivata direttamente con la maglia dei Millonarios."

Che ricordi hai dell'esperienza al River, quanto è stata importante per te e per la tua crescita? 

"Al River Plate ho trascorso ben nove anni e per me quella era letteralmente una seconda casa. Entravo alle otto della mattina e uscivo alle sei del pomeriggio perché frequentavo anche la scuola all'interno del club: lì mi allenavo, studiavo e pranzavo. Proprio ieri, guardando la lista dei convocati per la Nazionale, ho visto che è stato chiamato Facundo Medina; siamo dello stesso anno e abbiamo giocato insieme, quindi sono davvero felicissimo per lui. I ricordi più belli di quegli anni sono legati soprattutto ai viaggi all'estero, come le tournée in Argentina, negli Stati Uniti, in Cina e in Qatar, dove siamo riusciti persino a vincere contro il Real Madrid. Per quanto riguarda i miei ex compagni che oggi sono professionisti, il pubblico italiano conoscerà sicuramente Mateo Retegui, con cui giocavo e andavo a scuola insieme..."

Paretensi per te poi, all'Horta in Spagna e all'Al-Hilal negli Emirati Arabi. Come mai hai deciso di lasciare il River?

"Ho preso personalmente la decisione di lasciare il River Plate. In Argentina funziona così: quando arrivi a 18 o 19 anni, se non sei ancora stabilmente in Primavera o in prima squadra, diventa tutto molto più difficile, inoltre ho scelto di andarmene anche per una questione economica, dato che la situazione generale nel Paese non era buona. Così ho deciso di trasferirmi in Spagna, all'Horta, dove sono stato per mezza stagione sotto la guida tecnica di Víctor Valdés. Purtroppo quel progetto è interrotto prima del tempo, l'allenatore se n'è andato e non siamo riusciti a concludere l'anno. Dopo quella parentesi sono andato all'Al-Hilal per la seconda parte di stagione ed è andata benissimo: ho giocato 13 partite e ne abbiamo vinte 12, anche se purtroppo siamo usciti sconfitti nella semifinale dei play-off per salire in quella che sarebbe la loro Serie B. È stata un'esperienza davvero straordinaria di cui mi sono letteralmente innamorato."

Raccontaci la scelta di approdare in Italia, a Tricarico.

"In quel periodo mi trovavo a Dubai ed ero senza squadra. Ricordo di aver visto un annuncio in cui si cercava un portiere per il campionato di Promozione in Italia, un Paese che mi affascinava molto ma in cui, prima dell'opportunità di Tricarico, non avevo mai avuto l'occasione di andare. Così ho deciso di intraprendere questo nuovo viaggio in una nazione sconosciuta. Ormai sono passati quattro anni da quel giorno, quattro anni che vivo in Basilicata, e posso dire di aver trovato un ambiente in cui sto davvero bene, un posto che mi sta dando tantissimo e dove, per fortuna, sto riuscendo a giocare con continuità da quattro stagioni."

Quali differenze principali hai incontrato tra il campionato argentino, quello saudita e quello spagnolo?

"Il calcio argentino è estremamente tosto e fisico, gli spazi sono ridotti e non tutte le squadre cercano di imbastire un gioco fluido; potremmo definirlo come un mix tra il campionato spagnolo e quello italiano, dove convivono tanta tecnica, molta tattica e una grande forza fisica. Della Spagna mi è piaciuto molto il fatto che sia un Paese in cui quasi tutte le squadre provano a costruire dal basso e a esprimere una determinata identità di gioco, offrendo un calcio davvero bello da vedere. Per quanto riguarda l'Arabia Saudita, il livello tecnico e tattico non è altissimo, ma il campionato è fortemente fisico a causa della massiccia presenza di calciatori stranieri, specie africani; c'è un profilo medio di giocatore che rende il gioco molto più duro e spigoloso, non particolarmente spettacolare."

Il Tricarico, la Likos e poi anche l'importante parentesi al San Cataldo: cosa ti lega a queste tre piazze?

"A Tricarico sono arrivato nel campionato di Promozione e nei primi sei mesi siamo riusciti a conquistare il pass per l'Eccellenza. L'anno successivo l'obiettivo della società era semplicemente la salvezza, e invece a gennaio ci siamo ritrovati campioni della Coppa Italia regionale e secondi in classifica. La stagione successiva ho deciso di sposare il progetto della Likos, ripartendo dalla Promozione: avevo bisogno di stare più tranquillo e di dare un momento di serenità alla mia testa. Anche lì siamo saliti in Eccellenza e l'anno scorso ho avuto il grande onore di indossare la fascia di capitano; abbiamo disputato una stagione splendida, centrando i play-off al primo anno di Eccellenza nella storia del club. Infine c'è stato questo bellissimo anno a San Cataldo dove, purtroppo, non siamo riusciti a raggiungere l'obiettivo di vincere il campionato, ma ho trovato una società fantastica e un ambiente splendido che mi ha dato davvero tutto"

Il San Cataldo per il secondo anno consecutivo ha chiuso al secondo posto in classifica, non riuscendo ad agguantare la promozione. Ti chiedo quanto rammarico c'è e, soprattutto, quanta intenzione c'era di voler salire in Serie D?

"Il rammarico è tanto perché il nostro unico obiettivo era quello di vincere il campionato, non ce n'erano altri. Sentivo che avevamo le carte in regola per farcela perché eravamo un gruppo unito, remavamo tutti dalla stessa parte insieme al mister e alla società, ma purtroppo il calcio è imprevedibile. Non siamo riusciti a vincere alcune partite chiave che abbiamo finito per pareggiare, e così a fine stagione ci siamo trovati dietro al Melfi. C'è molta delusione e molta tristezza per come è andata, ma riconosciamo anche che il Melfi era un'ottima squadra, ben attrezzata, e penso che alla fine abbiano meritato la promozione in Serie D."

Ti chiedo un giudizio su un tuo compagno di squadra, nonché tuo connazionale argentino: Agustin Borda.

"Ho conosciuto un ragazzo d'oro, una di quelle persone trasparenti e genuine che oggi si fanno fatica a trovare nel mondo del calcio; è un super professionista, sempre umile e alla mano. Sono assolutamente sicuro che quest'anno troverà un'ottima opportunità in Serie D e che, una volta arrivato lì, non lascerà più la categoria perché è un giocatore davvero fortissimo. Ha segnato venti gol e ci ha aiutato con oltre dieci assist in stagione; giocare al fianco di Agustin è stato un autentico piacere e sono molto orgoglioso di aver condiviso lo spogliatoio con lui."

In vista della prossima stagione: hai già ricevuto qualche chiamata, oppure rimarrai a San Cataldo?

"Al momento non so ancora cosa succederà nel mio futuro immediato. Adesso mi sto godendo un po' di tempo insieme alla mia famiglia, restando in attesa della migliore opportunità possibile che mi permetta di continuare a crescere professionalmente. Attualmente la situazione è in divenire e non so di preciso dove giocherò."

Hai aperto un'agenzia di procura calcistica, sarà questo il percorso che intraprenderai un domani?
"Sì, mi piacerebbe moltissimo avviare un percorso all'interno di un'agenzia di procuratori. Grazie agli anni passati sul campo ho costruito tantissime conoscenze e, dopotutto, il calcio è l'unico mondo in cui ho sempre vissuto fin da bambino. Se non dovesse essere come procuratore, mi affascinerebbe molto anche il ruolo di direttore sportivo, ma l'importante è che sia un percorso legato al calcio, perché è ciò che mi rende felice."




a cura di
Emanuele Cantisani

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