Renato Miele (avvocato) a ControPiede: «Malagò commissario FIGC? Vergognoso. In Italia i potenti non pagano mai»
Dalle battaglie legali alla farsa Malagò: «In Italia chi viola le regole resta al potere».
La governance dello sport italiano si trova travolta da uno dei cortocircuiti istituzionali più contorti ed emblematici degli ultimi anni. Al centro della bufera c'è la nomina e la contestata candidatura di Giovanni Malagò alla guida della FIGC, afflitta fin dall'origine da gravi anomalie regolamentari — in primis il mancato tesseramento federale al momento della presentazione delle liste.
Condotta in solitaria dall'avvocato Renato Miele, ex calciatore ed esperto di diritto sportivo, una prolungata battaglia legale condotta a suon di ricorsi e diffide ha costretto ad accertare le irregolarità e a decretare il commissariamento della Federcalcio. Tuttavia, quello che doveva essere il punto di svolta per il ripristino della legalità si è trasformato in un paradosso tipicamente "all'italiana": la Giunta del CONI ha infatti nominato come commissario straordinario della FIGC lo stesso Giovanni Malagò. Una decisione presa all'unanimità che cancella gli effetti dell'elezione ma reinserisce al vertice il soggetto sanzionato, sollevando indignazione sul rispetto dei principi cardine di lealtà, probità e correttezza sportiva.
Dottor Miele, riavvolgiamo il nastro. Fin dall'inizio di questa vicenda legale che ha coinvolto Giovanni Malagò, si aspettava un epilogo di questo tipo? “A dire il vero non mi aspettavo neppure di ottenere il commissariamento. Quando sono partito, da solo contro tutti, non pensavo che sarei arrivato a tanto. Il mio obiettivo originario era avanzare ricorsi per annullare le elezioni per motivi strettamente legali: sia per quanto riguardava la mia candidatura (sollevando questioni di legittimità sulla norma), sia perché ritenevo che anche gli altri candidati difettassero dei requisiti previsti per partecipare. Puntavo prima ad annullare l'intera procedura elettorale e, in subordine, a far decadere le ammissioni illegittime degli altri aspiranti. Ho insistito fino in fondo ed è arrivato un commissariamento che, di fatto, annulla l'esito elettorale. Sotto questo profilo il mio obiettivo è stato raggiunto e ne sono soddisfatto”
Un obiettivo raggiunto, ma con quale stato d'animo guarda agli eventi successivi?
“Provo un forte senso di vergogna e imbarazzo per quello che è stato fatto subito dopo il commissariamento, vale a dire la nomina di Giovanni Malagò a commissario straordinario. Non è una bella immagine per il calcio, per lo sport, per i giovani e per l'intera popolazione italiana. Rimette sullo stesso scranno, sia pure sotto la veste di commissario, un soggetto a carico del quale è stata accertata la violazione di una regola sportiva. Che messaggio stiamo inviando ai giovani? Che basta avere un nome importante per poter violare le regole senza pagarne mai le conseguenze, rimanendo sempre in alto? Questa è una decisione vergognosa. Il CONI è nato decenni fa fondandosi su pilastri saldi e ferrei: lealtà, probità e correttezza. Mi si dica quali principi di lealtà e probità vi siano in una simile gestione post-commissariamento. Nessuno li ha rispettati; si è superato ogni limite d'indecenza”
In merito ai valori istituzionali del CONI, si aspettava un voto all'unanimità sulla nomina di Malagò?
“L'unanimità indica chiaramente l'esistenza di un accordo preesistente. Non è che il Presidente del CONI sia arrivato lì chiedendo all'impronta chi votasse no: era un'intesa orchestrata da un mese. Il problema di fondo è la promiscuità strutturale del CONI tra controllori e controllati. Da un lato ci sono i presidenti delle varie Federazioni che diventano presidenti del CONI, e dall'altro presidenti del CONI che vanno a dirigere le Federazioni. Si tratta di un sistema d'alimentazione e governance che va avanti inalterato da vent'anni: gli stessi soggetti continuano a scambiarsi le medesime poltrone. Per una figura esterna, come nel mio caso, è impossibile anche solo presentarsi per ricoprire tali incarichi, perché gli statuti sono formulati appositamente affinché chi governa possa blindare le candidature. Finché non interverrà qualcuno con l'intenzione reale di scardinare questa situazione, andremo avanti così per anni”
Lei ha sottolineato di essersi mosso "da solo contro tutti". Perché nessun altro oltre a lei ha fatto sentire la propria voce?
“Sinceramente non ho cercato sostegni esterni: ho intrapreso una personale battaglia di giustizia. Sono rimasto solo in parte perché ero la persona più legittimata a farlo, avendo partecipato formalmente alle elezioni, e in parte perché credo che pochissimi abbiano il coraggio e la perseveranza necessari per condurre fino in fondo battaglie del genere”
Questa procedura le appare come un modo palese per aggirare la legge "all'italiana"?
“È la classica mentalità italiana: le norme si interpretano per i potenti e si applicano rigidamente per tutti gli altri. Hanno tentato fino all'ultimo momento di interpretare il regolamento in modo favorevole all'attuale commissario; poi, costretti a prendere atto dell'effettiva violazione di legge, hanno confezionato l'escamotage per accontentare l'uomo potente. Il punto focale però non è il singolo potente, e nemmeno chi ce lo ha messo. La vera questione è se il popolo italiano accetti supinamente queste decisioni dall'alto. Se le tolleriamo, significa che ci meritiamo queste leadership. Parliamo di organizzazioni pubbliche e di figure dello Stato: le persone al vertice ce le mettiamo noi tramite il voto. Se chi di dovere non controlla e permette certe operazioni, significa che quando votiamo avalliamo questo modo di pensare”
Questo scenario poco trasparente ai vertici può essere considerato lo specchio della crisi della Nazionale di calcio, reduce da tre Mondiali privi di qualificazione?
“Oggi ci si aggrappa trionfisticamente a due vittorie contro squadre modeste come la Turchia o a un pareggio contro una Francia che ha giocherellato per novanta minuti, facendo passare il messaggio che siamo tornati fenomeni. La realtà è che se per vent'anni siamo rimasti fuori dai Mondiali un problema strutturale esiste. E il problema non è la carenza di giocatori, ma l'assenza totale di programmazione nel far crescere i talenti, specialmente quelli italiani. Se in vent'anni le figure e le strutture al comando del calcio e dello sport rimangono identiche, qual è la medicina? Quando un medico non riesce a debellare la malattia, la logica impone di cambiare medico; qui invece si mantengono sistematicamente gli stessi uomini. Si dirà che abbiamo vinto molte medaglie olimpiche: bellissimo, ma quelle medaglie non le vincono i dirigenti. Le vincono i singoli atleti con i sacrifici quotidiani. Chi siede su una poltrona non ha merito se sotto di sé ha dieci atleti straordinari. Nel calcio il discorso è diverso: occorre costruire un collettivo di undici elementi di alto livello che crescano contemporaneamente, e in vent'anni non ci si è riusciti. Il problema non sono i calciatori, ma chi non ha lavorato per valorizzarli. E finché la dirigenza sarà questa, il livello resterà mediocre”
In conclusione, un suo giudizio sulle recenti dichiarazioni del presidente Malagò, che ha definito l'intera vicenda "triste e imbarazzante", aggiungendo che "ha vinto il buon senso"?
"La risposta è semplice: la prossima volta che andrò in tribunale come avvocato difensore di un imputato, chiederò al magistrato l'assoluzione del mio assistito appellandomi al "buon senso". Gli dirò: "Caro Giudice, per favore, metta da parte le norme e applichi il buon senso". Questa è la mia risposta"