Numeri importanti, continuità di rendimento e un percorso costruito passo dopo passo. Esterno offensivo classe ’95, Eneo Gjonaj è uno di quei giocatori che hanno saputo ritagliarsi spazio e credibilità attraverso lavoro e determinazione. Dalla gavetta fino alla Serie D, passando per esperienze che ne hanno formato carattere e mentalità, oggi racconta il suo cammino tra campo, crescita personale e ambizioni future.


Sei un classe ’95, esterno offensivo, con 45 gol e 41 assist in 176 presenze in Serie D. Numeri che raccontano continuità e crescita. Che bilancio fai del tuo percorso?

"Considerando che sono arrivato in Serie D a circa 24 anni, quindi la frequento da sei stagioni, il mio è stato quasi sempre un percorso in crescita. Sono soddisfatto perché è il risultato del lavoro quotidiano e della voglia di migliorarmi anno dopo anno".


Sei nato in Albania e ti sei trasferito da piccolissimo in Italia. Quando nasce la passione per il calcio?

"Ho iniziato da bambino, giocando per strada, perché sono arrivato in Italia molto presto. È una passione che ho sempre avuto: il sogno è stato fin da piccolo quello di diventare calciatore. Forse non nei grandissimi palcoscenici, ma mi sto togliendo le mie soddisfazioni e questo mi rende felice".


Come sono stati i tuoi primi passi nel calcio?

"Tutto è iniziato quando ero ragazzino. Eravamo in vacanza in una villa a Castellaneta Marina e lì conobbi una famiglia di Bari. Giocavo spesso in giardino con il loro figlio e ricordo che il papà rimase colpito da come giocavo. Mi disse, quasi scherzando ma con convinzione: “Giochi davvero bene, perché non provi ad affacciarti a questo mondo?"Non ricordo perfettamente come avvenne il contatto, ma fu lui a mettermi in relazione con la Virtus Bari, in particolare con il mister Sisto. Da lì, tra virgolette, è iniziata quella che poi è diventata la mia carriera, il mio percorso nel settore giovanile.

Dopo l’esperienza alla Virtus Bari passai al Free Time e successivamente arrivò la grande opportunità con il Bari. In biancorosso iniziai con gli Allievi Nazionali con il mister Tangorra, poi venni confermato in Primavera e riuscii ad arrivare fino alla prima squadra. Non sono riuscito a esordire, ma fui aggregato al gruppo nella stagione 2014, l’anno della cosiddetta stagione fallimentare.Per me, nonostante fossi molto giovane e giocassi poco, fu comunque la realizzazione di un sogno. Vivere quello spogliatoio, respirare quell’ambiente e quelle emozioni è stato qualcosa di unico, anche perché il Bari fece un percorso incredibile arrivando ai playoff e sfiorando la Serie A.Ricordo tanti giocatori importanti, sia dal punto di vista tecnico sia umano. Mi affezionai molto al capitano Clayton Dos Santos, poi c’erano  Ghezzal, Marino Defendi, che ricordo come una persona straordinaria, e Diego Polenta. Erano davvero tanti, tutti giocatori di grande spessore, non solo come calciatori ma anche come uomini, e per un ragazzo giovane come me è stata una scuola di vita oltre che di calcio"..


Dopo il Bari il percorso non è stato immediato. Da dove sei ripartito?

"Dopo l’esperienza con il Bari sono tornato a giocare a Castellaneta, la squadra della mia città. In quel periodo il Bari ebbe le note vicende societarie, rimasi svincolato e non riuscii a trovare subito una sistemazione né in Serie C né in Serie D, così ripartii dall’Eccellenza proprio con il Castellaneta.

Da lì il percorso non è stato lineare: ci sono state diverse situazioni complicate e vari passaggi. Dopo Castellaneta ebbi un’altra esperienza, poi tornai nuovamente in città; la squadra retrocesse, cambiai ancora, e negli anni mi sono ritrovato più volte a ripartire. Alla fine arrivai a giocare in Prima Categoria sempre con il Castellaneta, dove vissi comunque una stagione molto prolifica dal punto di vista realizzativo, che ci permise di conquistare la promozione.

L’anno successivo, in Promozione, arrivò Diego Albano, un giocatore che non ha bisogno di presentazioni per la carriatura che ha avuto. Quando mi vide mi chiese quasi stupito cosa facessi ancora lì: credette molto nelle mie potenzialità e mi diede una mano enorme. Mi disse che, se lo avessi seguito e avessi lavorato nel modo giusto, avrebbe fatto di tutto per darmi un’opportunità importante.

A fine stagione mantenne la promessa, perché fu lui a portarmi al Gravina in Serie D. Grazie a lui mi sono affacciato a questo campionato e a un livello più alto, e da quel momento è iniziato un vero percorso di crescita. Albano mi è sempre rimasto vicino e mi ha aiutato molto.

Dopo Gravina sono passato al Molfetta, dove ho avuto la fortuna di incontrare Giuseppe Genchi, che mi ha dato un grande contributo nella mia crescita, sia come persona sia come calciatore. Da lì è stato un continuo miglioramento: poi l’esperienza al Nardò, probabilmente la stagione più significativa, perché riuscimmo a vincere i playoff".


Che tipo di attaccante sei?

"Mi considero un jolly offensivo: posso giocare da esterno su entrambe le fasce, da trequartista o seconda punta. Il ruolo che sento meno è quello di centravanti puro, mentre la mia posizione preferita resta l’esterno sinistro".


C’è un momento della tua carriera che ti ha segnato particolarmente?

"Sì, il periodo in Prima Categoria con il Castellaneta. Mi sono guardato dentro e ho capito che dovevo fare qualcosa di straordinario per risalire. Quella consapevolezza è stata la svolta mentale che mi ha spinto a dare tutto".


Fuori dal campo sembri tranquillo, ma in partita hai grande temperamento. Su cosa hai lavorato di più?

"Negli ultimi mesi ho intrapreso un percorso con un mental coach, Alex Sirri, ex compagno di squadra. Mi ha aiutato molto nella gestione delle emozioni e dei momenti della partita. È stata una crescita importante sia a livello personale sia professionale"


Ripercorrendo le tue tappe — Gravina, Molfetta, Nardò, Francavilla, Casarano, Giulianova e oggi Folgore — cosa è cambiato rispetto agli inizi?

"Oggi è cambiato l’obiettivo che avevo dentro di me. Se prima pensavo soprattutto a gol, numeri e assist, adesso il mio desiderio è diventato quello di essere un punto di riferimento per la squadra. In campo voglio essere quel giocatore a cui i compagni si appoggiano nei momenti importanti, quello capace di fare la giocata che può indirizzare la partita o aiutare il gruppo a vincere.

Ho lavorato molto su questo aspetto e spero che oggi si percepisca. È sempre bello quando diventi un elemento importante per i tuoi compagni, qualcuno su cui contare. Credo che il cambiamento più grande sia stato proprio questo.

Qui alla Folgore ho trovato un gruppo davvero straordinario, e non è facile incontrare uno spogliatoio così unito, genuino e pulito nel mondo del calcio. Questo incide molto anche sulle prestazioni, perché lavoriamo davvero l’uno per l’altro. Ci sono partite in cui, fisiologicamente, qualcuno è più sottotono, ma c’è sempre il compagno pronto a darti una pacca sulla spalla e ad aiutarti in modo positivo.

In un contesto così diventa più semplice superare anche le giornate meno brillanti, perché le prestazioni dei singoli si compensano e diventano forza collettiva. Alla fine è sempre il lavoro di squadra che ti permette di esprimerti al meglio e di essere quel tipo di giocatore capace di offrire prestazioni importanti".


Conosci bene il girone H. Che differenze vedi con il girone B?

"Innanzitutto gli stadi: nel girone H si gioca su campi come Pagani, Nocera, Francavilla, Nardò, Casarano e Brindisi, dove ogni domenica si respira un’atmosfera infuocata, con tanta gente sugli spalti. Vai a giocare a Casarano e trovi anche 5 mila persone, a Nardò 4 mila: contesti caldi, che incidono sul clima della partita.

Nel girone B, invece, pur con squadre forti, spesso il seguito è minore e l’ambiente risulta un po’ più tranquillo. Anche l’approccio al gioco cambia: qui si vedono tante squadre che provano a costruire dal basso con coraggio, accettando il rischio dell’errore pur di dare continuità alla manovra. Nel nostro girone, al contrario, l’obiettivo principale è sbagliare il meno possibile, badare al concreto e portare a casa il risultato anche in modo più sporco.


Chi vedi favorito per la vittoria del girone H?

"Vedendo il cammino, la Paganese sta disputando un campionato straordinario, davvero di altissimo livello. Anche il Barletta ha una rosa di grande valore, probabilmente da categoria superiore, così come il Fasano.

Poi c’è il Martina che, pur avendo magari meno nomi altisonanti rispetto alle altre, sta facendo un percorso importantissimo: conosco bene il mister, con cui ho lavorato, ed è una persona straordinaria oltre che un allenatore molto preparato. Il lavoro che sta portando avanti è notevole e, per me, il Martina può inserirsi pienamente nella corsa reale al titolo.

Il campionato resta apertissimo: la Paganese, se non sbaglio, ha un vantaggio di quattro punti sul Barletta. È un girone durissimo, lo sappiamo, e alla fine — come spesso succede — vincerà chi sbaglierà meno. Questo piccolo margine dà alla Paganese un leggero vantaggio, ma dovrà essere brava a gestirlo: mancano ancora dieci partite e non sarà semplice.

Se però manterrà questo ritmo e questa solidità, secondo me la Paganese ha tutte le carte in regola per riuscire a scappare via definitivamente".


Che realtà hai trovato alla Folgore?

"La Folgore è una realtà straordinaria. Abbiamo a disposizione un centro sportivo che, secondo me, farebbe invidia a molte società di Serie B e Serie C: due campi a 11, diversi campi a 7, palestra, palazzetto dello sport, piscina e persino campi da padel,  che fanno parte della struttura.

Il presidente ha messo a disposizione tutto ciò che serve per far crescere un calciatore, anche a livelli superiori alla Serie D. È una persona che cura ogni dettaglio: se si fulmina una lampadina, interviene subito. Questo impegno totale e la cura per ogni particolare si riflettono sull’ambiente, creando una struttura dove tutti — giocatori, staff, magazzinieri, allenatori — hanno sempre ciò di cui hanno bisogno.

Per me, i risultati che vediamo oggi sono frutto non solo del lavoro della squadra, ma di un impegno collettivo che riguarda tutta la Folgore. Sono rimasto davvero piacevolmente colpito da questa realtà, che dimostra passione, organizzazione e attenzione al minimo dettaglio".


"Come trascorri il tempo libero?

"Mi piace fare molte cose. Ultimamente mi sono appassionato alla lettura, poi cinema, sport e tempo con i compagni. Sono una persona curiosa e mi piace variare".


Hai già pensato al futuro dopo il calcio?

"Mi piacerebbe fare l’allenatore, ma al momento sono concentrato sul presente e su quello che devo fare in campo".


C’è un allenatore che segui con particolare interesse?

"Sì, mi piace molto Arteta, quindi seguo con attenzione le sue partite: è un grandissimo allenatore. Però ce ne sono tanti altri da cui prendere spunto. Ad esempio, nella gestione del gruppo, mi colpisce moltissimo Massimiliano Allegri, perché riesce a strappare il sorriso e a tirare fuori il meglio da ciascun giocatore, già ai tempi del Milan, poi alla Juventus e ora di nuovo al Milan.

Certo, prendere qualcosa da tutti questi allenatori è un bagaglio prezioso di conoscenze, ma è chiaro che sul campo la realtà è un’altra: le emozioni e le sensazioni vanno gestite a modo proprio. Ecco perché studiare e osservare metodi, allenamenti e spezzoni di lavoro dei grandi tecnici è così importante. Oggi, grazie ai social e alle varie piattaforme, abbiamo la fortuna di poter accedere a queste informazioni: è un’opportunità enorme per chi vuole affacciarsi al mondo del calcio professionistico.


Qual è oggi il tuo sogno nel cassetto?

"Oggi l’unico obiettivo è vincere questo campionato. Nel mio “cassetto dei sogni” c’è scritto proprio questo: portare a casa il titolo. Non è solo un mio sogno personale, ma anche qualcosa che riguarda profondamente la mia famiglia, che fa tanti sacrifici per sostenermi ogni giorno: parlo di mia mamma, di mia sorella, di mia moglie e di tutte le persone che mi sono vicine.

Essere a mille chilometri da casa non è semplice: gli affetti più cari sono lontani, e sentirne la mancanza si fa sentire. Proprio per questo, la voglia di vincere e di dare soddisfazione a chi mi supporta è ancora più forte. È un desiderio che sentiamo intensamente, io e la mia famiglia, e che in questo momento rappresenta ciò che vogliamo di più".


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