Da Potenza alla Conference League: Fabrizio Brindisi si prende Malta con il Marsaxlokk FC
Dalle giovanili del Potenza fino ai preliminari di UEFA Conference League con il Marsaxlokk FC, nella Premier League maltese. Un percorso costruito su basi scientifiche solide — tra ISEF, le specializzazioni a Urbino, Pisa e Verona, Coverciano e un dottorato di ricerca in Spagna — ma guidato da una visione profondamente umana del lavoro sul campo.
In questa intervista, il preparatore atletico e Head of Performance Fabrizio Brindisi ci racconta la sua esperienza all'estero, l'integrazione tra dati GPS e "colpo d'occhio", il legame indissolubile con le sue radici lucane e i principi cardine del suo metodo di allenamento.
Bentrovato Fabrizio. Come nasce questa opportunità a Malta con il Marsaxlokk FC e quali sono state le tue prime impressioni all'arrivo nel club?
“L’opportunità con il Marsaxlokk FC nasce da una serie di contatti con i quali c’è della stima reciproca maturata nel tempo. Le prime impressioni sono state eccezionali: ho trovato una società solida e strutturata, che mette lo staff nelle condizioni ideali per lavorare avendo tutto a disposizione fin dal primo giorno. Avevo molte offerte sul tavolo, sia in Italia che in Spagna, ma qui ho trovato un club che vuole crescere sempre di più e che cura ogni minimo dettaglio, come dimostra la presenza di calciatori con carriere importanti alle spalle, presenti in rosa. Conduco tutta l'area performance in modalità ibrida, vale a dire seguendo da remoto con periodi di presenza cadenzati in base ai miei impegni con l'università spagnola in cui porto avanti il mio dottorato di ricerca”
Dalle giovanili di una realtà come il Potenza a uno staff prima squadra in Premier League maltese: quanto e in cosa cambia il lavoro? Che tipo di calcio hai trovato?
“Nelle giovanili ho maturato una solida esperienza nel ruolo di Head of Performance, gestendo spesso il lavoro da solo. In Premier League maltese cambia l'intensità: le velocità massime sono molto più alte, i carichi in palestra sono elevati e questa capacità costruita negli anni di adattarmi e riorganizzarmi positivamente risulta fondamentale di fronte a calciatori maturi con background differenti e abitudini ormai consolidate. Non transigo sulla cura maniacale dell'aspetto preventivo, con routine giornaliere di potenziamento eccentrico, controllo neuromuscolare e attivazione funzionale, concentrate per lo più su articolazioni quali anche e caviglie. Ho trovato un calcio, contrariamente a quanto si possa pensare, decisamente più tecnico, anche se la nostra squadra alla tecnica abbina un buon mix di forza e potenza”
Qual è la vera sfida fisica per un preparatore italiano all'estero? Cosa ti porti dietro?
“La vera sfida è capire la cultura sportiva locale e adattare le metodologie senza snaturarle. Diversamente dai calciatori più giovani, i senior ti testano e capiscono subito se puoi essere utile alla causa e prenderti cura della loro performance. Mi porto dietro un bagaglio importantissimo, in particolare l’orgoglio e l'esperienza di aver preparato e condotto la squadra ai preliminari di UEFA Conference League. Quel livello di stress competitivo e di pianificazione internazionale ti segna e ti completa come professionista”
Da potentino doc, quanto ti rende orgoglioso portare un pezzo di Potenza e della Basilicata in un campionato europeo?
“Da potentino ne vado estremamente fiero. Rappresentare le mie origini, lo spirito di sacrificio e la passione della mia terra in un contesto europeo e in una competizione internazionale è una responsabilità che avverto forte, ma che si trasforma ogni giorno in energia pura per dare il massimo sul campo. Non dimentico mai da dove sono partito, usando le parole di Leonardo Sinisgalli "I lucani amano vivere all'ombra, parlano poco, lavorano in silenzio e si accontentano del minimo. Non amano il rumore o l'esibizionismo e portano dentro una profonda e costante insoddisfazione per ciò che fanno". È vero, siamo riservati, lavoriamo con grande sopportazione e pazienza e, ahimè, non siamo mai soddisfatti del nostro operato, chiediamo sempre di più a noi stessi: ecco mi rivedo pienamente nella descrizione del tipico lucano”
Nella tua carriera hai guidato ragazzi di 12-13 anni e atleti già formati. Qual è oggi il principio fondamentale del metodo Fabrizio Brindisi per la settimana tipo?
“Per me esiste un filo conduttore unico: il lavoro sulla tecnica di corsa tramite microdosing. Che si tratti di un adolescente o di un atleta maturo, la biomeccanica del movimento resta fondamentale. I risultati si vedono: per la prima volta il Marsaxlokk ha chiuso il ritiro con zero infortuni. Nonostante i risultati di preseason non ci abbiano premiato, atleticamente la squadra è al top: siamo in forma, attacchiamo senza sosta fino al 90°. Per ora manca solo un po' di lucidità sotto porta, ma stiamo ancora testando e mettendo in atto i principi di gioco con cui vogliamo affrontare il campionato”
Oggi si parla tantissimo di GPS e algoritmi. La tecnologia rischia di far perdere il "colpo d'occhio" e il contatto umano con l'atleta?
“La tecnologia è un alleato straordinario se viene usata come filtro e non come dogma. I dati GPS e gli algoritmi di carico oggettivano ciò che accade, ma la sensibilità del preparatore, il "colpo d'occhio" sul campo e l'ascolto quotidiano del calciatore restano gli elementi decisivi per fare la differenza tra una buona prestazione e una prestazione eccellente. Un dato é un numero, non basta leggere quanto ha corso un atleta, bisogna che i dati siano coadiuvati dalla vista; una grande mole di eventi ad alta intensità (accelerazioni, decelerazioni, frenate etc) di un difensore, può voler dire che la linea difensiva sia stata impegnata più del dovuto, che ci sia stato un assedio degli avversari, ma può anche voler dire, ad esempio, che si é prodotto un gioco ultra offensivo, con la linea di difesa molto alta e che i suoi centrali prediligono gli anticipi e contatti corpo a corpo. Ecco, questo può dirlo solo l'occhio umano o comunque associare i dati GPS a delle riprese video. Dai dati del match, però, andiamo a decidere i carichi di lavoro del microciclo settimanale, associando il TRIMP delle ultime 4 settimane e i carichi cronico e acuto dello storico mensile degli allenamenti, senza dimenticare la scala RPE, che puntualmente chiedo ai ragazzi”
Hai alle spalle un percorso lunghissimo (ISEF, Spagna, Coverciano). C'è un'esperienza o un maestro in particolare che ti ha trasmesso il concetto chiave di cui non puoi fare a meno sul campo?
“Sì, due sono le persone che hanno acceso in me la scintilla. Primo su tutti il mio professore di educazione fisica e allenatore nelle giovanili, il compianto prof. Mecca. È stato lui a credere in me fin dall'inizio, spingendo me e la mia famiglia a intraprendere la strada dell'ISEF. Avevo poco più di 20 anni quando mi portò con sé ad allenare i bambini ad Abriola, un piccolo paese sulle montagne lucane, trasmettendomi i primi segreti del mestiere. Di lui conservo ancora gelosamente gli appunti personali e un libriccino sulla preparazione fisico-atletica che mi regalò. Quel testo e quegli insegnamenti sono la mia stella polare: mi hanno insegnato a unire il rigore scientifico della programmazione, che poi ho approfondito tra le Università di Urbino, Pisa e Verona, la scuola del settore tecnico FIGC di Coverciano e le esperienze maturate in Spagna, con empatia e la passione pura. Non potrò mai fare a meno di quel bagaglio umano e tecnico sul campo. In seguito, ha fatto la differenza aver avuto la fortuna di conoscere e seguire le lezioni di biomeccanica del prof Carmelo Bosco, un vero maestro per chi voleva intraprendere da sempre la strada dell’allenamento e della preparazione fisico-atletica: il metodo Bosco è alla base delle mie programmazioni”
Tra le tue esperienze spicca quella con l'Integration League, dove il calcio diventa strumento di inclusione e valori sociali. Che cosa ti ha lasciato quell'esperienza a livello personale e lavorativo?
“Quell'esperienza ha unito la mia totale dedizione per il calcio ai miei ideali più profondi di inclusione e integrazione. Si fonda sul principio universale che ogni essere umano ha il diritto allo sport e a una vita senza alcuna discriminazione. Mi ha insegnato che lo spogliatoio è prima di tutto un microcosmo umano e che l'empatia è il motore principale per spingere un atleta a superare i propri limiti”