Da Molfetta…alla Guinea Equatoriale. Un allenatore pugliese nel 2014 con una valigia piena di sogni e ambizione ha lasciato l’Italia girando per il mondo. Un viaggio che lo ha portato a confrontarsi con realtà calcisticamente curiose e sconosciute. Dall’Estonia alla Palestina, dall’Indonesia al Ghana, fino alla Guinea Equatoriale: una carriera vissuta oltre i confini, tra sfide professionali, successi e crescita personale. Un percorso che lo ha portato ad allenare in contesti culturali e calcistici molto diversi, conquistando trofei e maturando una convinzione: per diventare un allenatore migliore non basta conoscere il calcio, bisogna imparare a conoscere le persone. Delle sue esperienze in giro per il mondo, del suo nuovo progetto come CT della Guinea Equatoriale e del suo libro “L’allenatore del mondo” ne abbiamo parlato con mister Vincenzo Annese.

Possiamo considerarla la carriera di un allenatore giramondo?

«Mi piacerebbe essere riconosciuto come un allenatore che ha sempre cercato di migliorarsi. Non ho mai girato il mondo per inseguire contratti economicamente vantaggiosi: non ho guadagnato cifre paragonabili a quelle della Serie A e il denaro non è mai stato la mia priorità. Mi spingevano soprattutto la voglia di crescere professionalmente e il desiderio di conoscere altre realtà.

Ho avuto la possibilità di allenare calciatori di alto livello, giocatori che hanno affrontato campioni come Cristiano Ronaldo e che hanno disputato l’Europa League. Questo, per me, ha sempre avuto più valore del semplice cambiare Paese.

In Italia, invece, non ho avuto le stesse opportunità. Se ripartissi oggi da zero, probabilmente riuscirei ad avere maggiore visibilità. Dieci anni fa, soprattutto in Serie A, era difficile trovare spazio per allenatori giovani. Anche per questo sono orgoglioso del percorso che ho costruito».

Che effetto le fa essere l’unico allenatore italiano ad aver lavorato in quattro continenti diversi?

«È un riconoscimento importante. Credo di essere anche uno dei pochi allenatori ad aver guidato tre nazionali appartenenti a tre continenti diversi: Asia, America Centrale e Africa.

Allenare all’estero significa sapersi adattare, comprendere contesti differenti e dimostrare il proprio valore attraverso i risultati. Sono riuscito a farlo nelle diverse realtà in cui ho lavorato, adattandomi alle opportunità e alle condizioni che mi venivano proposte.

È motivo di orgoglio per me e per la mia città, Molfetta. Non ho mai inseguito i record: sono fiero soprattutto del lavoro che ho svolto e del percorso che mi ha permesso di arrivare fin qui».

Ha lasciato l’Italia nel 2014. Perché ha scelto di ripartire da campionati meno conosciuti?

«Dopo tre anni ad Andria e uno al Foggia, sentivo il bisogno di rientrare nel calcio professionistico e di rimettermi in gioco. Volevo continuare ad allenare, ma mi sono reso conto di essere davanti a molte porte chiuse.

L'alternativa sarebbe stata dedicarmi alla preparazione atletica, ma non era quello che desideravo. Non volevo accontentarmi e ho deciso di partire.

Guardavo gli allenatori che avevo intorno e sapevo di poter svolgere quel lavoro. Tuttavia, in Italia, soprattutto al Sud, trovare opportunità per emergere era particolarmente difficile. Per questo ho scelto di fare qualcosa di diverso, cercando all'estero lo spazio che non riuscivo a trovare in patria».

Ha allenato in Paesi molto diversi tra loro, dalla Palestina all’Afghanistan, passando per Africa e Asia. Qual è stata l’esperienza che l’ha cambiata di più, non solo come allenatore, ma soprattutto come uomo?

«L’Indonesia è stata una delle esperienze più significative. Ho proposto un calcio molto offensivo, diverso da quello a cui erano abituati, cercando di costruire una squadra capace di divertire e di segnare un gol in più degli avversari.

Il pubblico si è innamorato del nostro modo di giocare. In diversi stadi venivo fermato per strada e in aeroporto per fotografie e autografi. È stata una sensazione incredibile, perché mi ha fatto capire che potevo essere apprezzato anche ad alti livelli in un contesto calcistico meno conosciuto in Europa.

Sono stato candidato alla guida della nazionale indonesiana insieme a Ruud Gullit e Luis Milla. Ricordo soprattutto una partita disputata a Giacarta davanti a circa 50.000 spettatori: perdemmo, ma vivere quell'atmosfera mi lasciò qualcosa di indelebile. In quel momento ho iniziato a sentirmi davvero riconosciuto come allenatore.

Anche in Ghana ho vissuto esperienze importanti, vincendo una coppa, mentre in Palestina ho raggiunto due finali di coppa. Eppure, in quelle fasi della mia carriera, non avevo ancora maturato pienamente la consapevolezza che ho oggi. Le esperienze in giro per il mondo mi hanno aiutato a capire meglio il mio lavoro e me stesso».

Nel suo percorso ci sono anche i campionati vinti in India, la nazionale nepalese e l’esperienza con il Belize. Quali emozioni le hanno lasciato questi traguardi?

«La vittoria che ricordo con maggiore emozione è stata il mio primo campionato in India, alla guida del Gokulam. La squadra non aveva mai vinto quel titolo e, dopo una sconfitta, il presidente mi chiamò invitandomi a continuare la stagione con l'obiettivo di salvarci.

Io gli risposi che avremmo vinto il campionato. Sembrava una previsione azzardata, ma ci credevo davvero. Da quel momento ottenemmo nove vittorie consecutive e riuscimmo a conquistare il titolo. È stata un'emozione doppia: vincere e dimostrare che la convinzione, quando è accompagnata dal lavoro, può fare la differenza.

Con il Gokulam Kerala ho avuto anche l'opportunità di rappresentare il calcio asiatico in una competizione continentale, un'esperienza unica.

In Palestina, invece, ho vissuto la delusione di perdere un campionato che sembrava ormai alla nostra portata. Mi fu impedito di attraversare il confine e non riuscì seguire la squadra nelle ultime quattro partite: alla fine il titolo sfumò.

Con il Nepal ho ottenuto risultati importanti nel percorso di qualificazione mondiale, mentre in Belize abbiamo mancato la fase finale della Gold Cup in un percorso condizionato dalla pandemia di Covid-19. Ogni esperienza mi ha lasciato emozioni diverse, ma tutte hanno contribuito alla mia crescita».

Come viene vissuto il calcio nei Paesi in cui ha allenato e che cosa ha imparato da queste realtà?

«Ho imparato innanzitutto a vivere all'estero, a studiare le persone e a crescere come uomo. All'inizio ero molto rigido: volevo imporre metodi di allenamento serrati, proprio come avrei fatto in Italia, senza considerare abbastanza le differenze culturali.

In Indonesia, per esempio, arrivai persino a chiedere ai giocatori di non mangiare riso, senza comprendere fino in fondo quanto fosse centrale nella loro alimentazione. Con il tempo ho capito che non si può pretendere che siano gli altri ad adattarsi completamente a te: devi essere tu, per primo, a capire il contesto in cui lavori.

Anche in Ghana ho imparato una lezione fondamentale. Dopo appena cinque giornate, il presidente pensava già di esonerarmi. Ero troppo concentrato sul risultato e sulla tattica, ma non avevo ancora compreso abbastanza la psicologia dei calciatori che avevo davanti.

Quando ho cambiato approccio, le cose sono migliorate e sono riuscito a vincere una coppa. Oggi considero fondamentale parlare con i miei giocatori, ascoltarli e capire le loro esigenze. A volte, una conversazione in più vale molto più di una seduta di allenamento supplementare.

In Africa, per esempio, può essere necessario allenarsi la mattina presto; in Palestina, invece, gli orari devono tenere conto anche dei momenti di preghiera. In India ho dovuto adattare il lavoro atletico alle caratteristiche fisiche, alle abitudini alimentari e alla cultura sportiva dei calciatori.

Il calcio è universale, ma i modi per insegnarlo non possono essere identici ovunque. La vera competenza di un allenatore consiste anche nel saper cambiare».

A quale allenatore si è ispirato maggiormente nella sua carriera?

«Quando ho iniziato questo percorso, mi ispiravo molto a Zdeněk Zeman. Mi ha colpito soprattutto il modo in cui riusciva a integrare la preparazione atletica e la tattica, attraverso movimenti codificati e meccanismi collettivi molto particolari.

Era qualcosa di unico: riusciva a fondere la componente fisica e quella tattica in un sistema di gioco riconoscibile. È stato un riferimento importante nella mia formazione. Mi ispiro anche ad Antonio Conte e stimo tantissimo due miei compaesani come Pasquale De Candia e Nicola Ragno. Sono due grandi allenatori che hanno fatto bene ovunque e i numeri parlano per loro».

Ha allenato in India ed è stato commissario tecnico del Nepal. Come si affronta la sfida di lavorare in nazioni caratterizzate da una forte diversità culturale?

«La prima cosa è comprendere che non esiste un unico modo di interpretare il calcio. Ogni Paese ha le proprie abitudini, i propri ritmi e il proprio modo di vivere l'allenamento.

In India, per esempio, non potevo limitarmi a proporre un lavoro atletico intenso senza tenere conto della risposta dei giocatori. Dovevo trovare un equilibrio tra le esigenze della preparazione e le loro caratteristiche fisiche e culturali.

Anche le abitudini alimentari incidono sul lavoro quotidiano. Per questo bisogna conoscere i calciatori, ascoltarli e costruire un percorso che permetta loro di migliorare senza stravolgere completamente il loro modo di essere.

Nel corso della mia carriera ho partecipato anche a momenti di confronto internazionale, come un convegno a Capo Verde, nei quali è emersa l'importanza della componente atletica nel calcio moderno.

Adattarsi non significa rinunciare alle proprie idee, ma trovare il modo migliore per trasmetterle. È così che si costruisce un gruppo e si cerca di ottenere risultati».

La top 5 dei calciatori più forti che ha allenato?

«È difficile fare una classifica, perché ho incontrato tanti giocatori di valore in contesti molto diversi. Tra quelli che ricordo ci sono Mohamed Sharif, capitano della nazionale afghana, che ha avuto anche l'opportunità di giocare con Samuel Eto'o in Russia, e Ahmed Touré, attaccante del Bechem United e capocannoniere con me in panchina, dotato di un'ottima capacità di calciare con entrambi i piedi.

Aggiungerei Coco, del Torino, Denny Antwi, centrocampista ghanese che è stato anche lui capocannoniere, e Luca Majcen, protagonista in India con il Gokulam Kerala e autore di una carriera che, a mio avviso, avrebbe potuto regalargli ancora di più.

Ci sono poi altri nomi che meriterebbero una menzione, come Traoré e Outtara che giocano in Premier League e Tapsoba del Bayer Leverkusen. Ogni giocatore mi ha lasciato qualcosa e, soprattutto, mi ha insegnato a confrontarmi con caratteristiche e personalità differenti».

Nel suo percorso il calcio è diventato molto più di uno sport: un modo per superare confini, conoscere culture e incontrare persone. Qual è la lezione più importante che vorrebbe trasmettere ai lettori de L'allenatore del mondo?

«Non mollare mai, crederci sempre e non scoraggiarsi davanti alle difficoltà. Bisogna inseguire i propri sogni e fare ciò che si desidera davvero, perché la vita è una sola.

Non ho avuto una carriera da calciatore di altissimo livello, anche a causa degli infortuni. Forse mi è mancata anche quella forza caratteriale che ti permette di andare avanti senza preoccuparti troppo del giudizio degli altri.

Con il tempo, però, soprattutto vivendo lontano da casa e affrontando tante difficoltà da solo, ho capito che la soddisfazione più grande è raggiungere un obiettivo senza lasciarsi condizionare da quello che pensano gli altri.

Ricevere complimenti da persone come Ivan Zazzaroni e Walter Zenga è motivo di grande orgoglio. E non avrei mai immaginato che il mio libro potesse riscuotere un successo così importante già nei primi giorni».

Da qualche mese è commissario tecnico della Guinea Equatoriale. Come valuta questo primo periodo e su che cosa sta lavorando per migliorare la squadra?

«Sto lavorando bene e sono stato accolto benissimo. Stiamo progettando qualcosa per il futuro, con l'obiettivo di valorizzare i settori giovanili e offrire ai ragazzi maggiori opportunità di mettersi in mostra anche in Europa.

Il mio sogno è portare la Guinea Equatoriale ai Mondiali. Ci credo e sto cercando di trasmettere questa ambizione ai giocatori, motivandoli a pensare in grande. Abbiamo talento e dobbiamo lavorare per trasformarlo in risultati.

C'è anche un aspetto importante che riguarda la crescita del movimento calcistico nazionale. Dobbiamo migliorare nel marketing e nella comunicazione per avvicinare sempre più giovani al calcio e creare opportunità affinché i nostri talenti possano uscire dal Paese e confrontarsi con realtà più competitive.

Vogliamo raggiungere un livello superiore, competere per traguardi internazionali e dare soddisfazioni alla nostra gente. È un progetto ambizioso, che richiede tempo, lavoro e convinzione».

Che cosa si aspetta dal futuro? Quali sogni ha ancora nel cassetto?

«Il mio obiettivo è continuare a migliorarmi, senza smettere di imparare. Vorrei portare avanti il progetto con la Guinea Equatoriale, valorizzare i giovani e riuscire a raggiungere il traguardo più importante: qualificarmi ai Mondiali.

E poi c'è sempre il sogno di tornare ad allenare in Serie A. Non ho mai smesso di crederci. Tutto quello che ho vissuto all'estero mi ha dato esperienza, consapevolezza e una capacità di adattamento che considero preziose.

Non so che cosa mi riserverà il futuro, ma so come voglio affrontarlo: con la stessa voglia di lavorare, migliorarmi e dimostrare il mio valore. Perché, se c'è una cosa che ho imparato viaggiando per il mondo, è che non bisogna mai smettere di inseguire i propri sogni».

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