Ferroni «Pronto a ripartire. Basta improvvisazione, servono idee chiare e coraggio
Quasi un anno fa, il Matera annunciava ufficialmente l’arrivo di Alessio Ferroni nel ruolo di direttore sportivo. Nato a Roma l’8 gennaio 1972, Ferroni ha iniziato la sua carriera dirigenziale con lo SC Cenaia 1969, per poi ricoprire l’incarico di responsabile scouting dell’AC Carpi in Serie C nella stagione 2020/2021. Successivamente ha guidato il settore giovanile del Siena 1904, sempre in Serie C, assumendo poi – nella stagione 2022/2023 – il ruolo di direttore sportivo della prima squadra, con cui ha raggiunto i playoff sotto la guida tecnica di Guido Pagliuca. Nel campionato 2023/2024 ha ricoperto il ruolo di responsabile dell’Area Tecnica dell’AC Legnano.
"Sono orgoglioso di arrivare in una città unica al mondo e in una società gloriosa come l’FC Matera. Prometto massimo impegno per questa meravigliosa piazza che merita traguardi importanti e ambiziosi", dichiarava Ferroni nel giorno del suo insediamento.
Tuttavia, l’avventura è durata meno del previsto. Dopo 6 mesi, le strade tra il direttore sportivo e il club del presidente Tosoni si sono separate. Oggi Alessio Ferroni è libero e alla ricerca di una nuova opportunità, ma con un obiettivo ben preciso: trovare un progetto serio, basato su solidità economica e pianificazione a lungo termine.
Lo abbiamo incontrato per una chiacchierata in cui ci ha raccontato aneddoti della sua esperienza e ci ha illustrato la visione che vorrebbe portare nella sua prossima destinazione calcistica.
Ben trovato, direttore. Ci può spiegare brevemente cosa ha portato alla separazione anticipata tra lei e il Matera?
“Buongiorno e grazie per questa opportunità. La separazione è stata dolorosa, perché arrivata in un momento in cui la squadra era terza in classifica, a pochi punti dalla Nocerina. Il trend era positivo e tutto lasciava pensare a un campionato di vertice, come testimoniavano le prime nove giornate. In quel momento, però, la proprietà ha deciso di cambiare. Noi siamo dei dipendenti e, di conseguenza, dobbiamo accettare le decisioni della società. Dopo la sconfitta interna per 2-1 contro il Martina, è stato sollevato dall’incarico prima il mister, poi io. Ribadisco però che, tolta la gara con il Casarano, la stagione era partita bene. Purtroppo, si sa: le sconfitte possono rompere certi equilibri e far naufragare gli obiettivi, anche quando il percorso sembra promettente”.
Attualmente è libero da incarichi: come sta occupando il suo tempo e quali sono le sue aspettative per il futuro?
“Il calcio, come mondo e come materia, è una vera e propria scienza. E come ogni scienza richiede studio, aggiornamento continuo e soprattutto tempo. In questi mesi ho impiegato il mio tempo andando a vedere molte partite dal vivo, affiancato dal mio vice, che svolge con me un importante lavoro di back office.
Insieme ci dedichiamo all’analisi dei dati e degli algoritmi, strumenti che oggi amplificano e semplificano il processo di selezione dei calciatori. Lo studio di questa nuova frontiera è fondamentale e può fare davvero la differenza.
Personalmente, continuo a vedere i calciatori dal vivo: all’osservazione sul campo associo sempre l’analisi dei dati a disposizione su ogni profilo visionato.
Ci può svelare, in esclusiva, se ci sono trattative in corso con qualche società?
“Al momento ho alcune trattative in corso, anche se è ancora un po’ prematuro parlarne. Se arriverà qualcosa, sarò felice di coglierla; in caso contrario, continueremo a farci trovare pronti”.
Qual è la sua visione di calcio e il tipo di progetto che ritiene più adatto al suo profilo?
“La mia visione di calcio è orientata a un gioco propositivo, basato su una squadra composta da calciatori con valori tecnico-tattici solidi e grande duttilità. Il concetto di squadra, per me, è centrale: un gruppo coeso, formato da persone con qualità professionali e umane di spessore, può fare la differenza.
Un principio che porto sempre con me, e che cerco di trasmettere alle squadre che compongo, è la cosiddetta “regola dei 5 secondi” di Alex Zanardi. Si tratta di resistere, di non arrendersi, di dare sempre il massimo anche quando si pensa di aver già dato tutto, superando i propri limiti.
Questo approccio è fondamentale: ogni calciatore deve sapere che può sempre spingersi oltre, e che la squadra può raggiungere qualcosa di straordinario solo se chi lavora con loro trasmette quotidianamente valori come la voglia di lavorare, il sacrificio e la determinazione.
Il progetto che immagino parte da una rifondazione profonda, sia nei principi economici che in quelli sportivi del club. Un percorso che punti a una crescita sostenibile, con un forte focus sui giovani: bisogna avere il coraggio di rischiare con loro, mettendoli in campo e dando loro fiducia concreta.
Credo fermamente che l’equilibrio economico sia raggiungibile, soprattutto se si conoscono bene i calciatori. È possibile costruire un progetto serio partendo da un budget sostenibile, puntando su profili giusti e lavorando per valorizzarli, così da ottenere il massimo sia in termini di risultati sportivi che di plusvalenze.
Questa è la mia idea di calcio: competenza, coraggio e sostenibilità”.
Che idea si è fatto del calcio italiano oggi? E in particolare, come valuta la situazione in Serie C e Serie D?
“Il calcio italiano, oggi, ha la necessità di colmare il gap che lo separa dalle grandi realtà europee. Basta osservare i risultati nelle competizioni internazionali, come la Champions League, per rendersene conto. Scendendo nelle categorie di Serie C e D, è ancora più evidente un altro problema: fallimenti societari, crisi economiche e difficoltà gestionali coinvolgono anche piazze importanti, spesso storiche. Questo, a mio avviso, è il risultato di una gestione approssimativa e di una scarsa consapevolezza organizzativa. Mi piacerebbe vedere più competenze nella guida dei club, e soprattutto più meritocrazia. Ogni figura dovrebbe svolgere il proprio ruolo mettendo in campo non solo l’esperienza accumulata, ma anche le conoscenze acquisite attraverso lo studio e la formazione. Solo così si può ambire a un sistema più solido, credibile e competitivo”.
Secondo lei, quali sono le qualità fondamentali che deve avere un buon dirigente sportivo oggi?
“Chi assume un incarico dirigenziale nel calcio deve avere una visione a lungo termine e la capacità di prendersi delle responsabilità. La gestione di un gruppo è un compito delicato, perché tocca anche sfere emotive. Un calciatore deve essere messo nelle migliori condizioni per potersi esprimere, ma non dobbiamo mai dimenticare che, prima di tutto, siamo esseri umani, e come tali possiamo essere influenzati da ciò che accade nella nostra vita personale, familiare o extra-familiare.Un altro aspetto fondamentale per un dirigente è la comunicazione. Non basta avere chiari gli obiettivi: è essenziale saperli trasmettere nel modo giusto. La comunicazione deve essere sempre positiva, costruttiva, quasi “psicologica”. Un buon direttore deve saper entrare nella testa non solo dei calciatori, ma anche dell’intero staff, per condividere e far percepire gli obiettivi aziendali come propri. Solo così si può creare un’identità comune e generare un senso di appartenenza che rende ogni obiettivo aziendale anche un obiettivo personale. È questa la chiave per costruire un gruppo unito, consapevole e orientato verso il bene comune”.