A Lecce il calcio piange, ma chi comanda finge di non vedere
A Lecce sta succedendo ciò che ogni vero amante del calcio non vorrebbe mai nemmeno immaginare. Non si parla di una sconfitta, né di una retrocessione, né tantomeno di una polemica di mercato: si parla della perdita di un uomo, Graziano Fiorita, storico fisioterapista del Lecce, trovato senza vita nella sua stanza d’albergo poche ore prima della sfida contro l’Atalanta.
Un uomo di campo, un uomo di gruppo, uno di famiglia. Perché in ogni squadra vera, chi vive ogni allenamento, ogni trasferta, ogni infortunio e ogni fatica, diventa fratello, padre, amico. Graziano Fiorita era tutto questo. Non era solo "un tesserato", era parte viva di quel Lecce che ogni domenica lotta con il cuore oltre i limiti.
Eppure, chi governa questo gioco che amiamo sembra non averlo capito, o peggio, sembra non volerlo capire. Domenica 27 aprile si vorrebbe giocare comunque Atalanta-Lecce, come se nulla fosse accaduto. Come se un pezzo di umanità non si fosse spento. Come se il dolore fosse solo un fastidio logistico.
Né a Bergamo, né a Lecce, nessuno vuole scendere in campo. Gli ultras di entrambe le squadre hanno già espresso il loro rifiuto. I giallorossi hanno chiesto di non partire. Gli atalantini hanno dichiarato che non tiferanno. Perché sanno, loro che il calcio lo vivono sulla pelle, che oggi non c'è nulla da celebrare con un pallone.
Ma dall’alto delle loro poltrone, in giacca e cravatta, quelli che governano questo sport sembrano sordi e ciechi. Pretendono che si giochi lo stesso. In nome di cosa? Dei soldi, dei diritti televisivi, di un calendario che ormai è più sacro del rispetto per la vita? Con tutta probabilità si giocherà, il Lecce partirà domenica mattina, lo farà per onor di firma, perché la classifica non permette ai giallorossi un punto di penalizzazione e perchè più di tutti Graziano Fiorita non lo vorrebbe, perché era il primo a credere in una salvezza che ora ha senso solo per onorare la sua memoria, non è più una questione sportiva, ma umana.
Il calcio non è vostro. Non è di chi firma contratti miliardari o approva bilanci patinati. Il calcio è di chi si sporca le mani. Di chi stringe i denti dopo un infortunio. Di chi viaggia in pullman su e giù per l’Italia, come Graziano. Di chi ogni settimana si siede su un seggiolino scomodo, sotto la pioggia, sotto il sole, per vivere un sogno.
Chi comanda dovrebbe ricordarsi che senza la passione, il calcio è solo un teatro vuoto. Senza rispetto, è solo business travestito da sport. E oggi, davanti alla morte di un uomo che da vent'anni era parte integrante di questo sport, il silenzio, il lutto e la memoria dovrebbero avere la precedenza su tutto.
Sospendere una partita non cambia il mondo. Ma può ricordarci che il calcio, prima di tutto, è fatto di persone. Di storie. Di lacrime vere, non di bilanci o diritti televisivi, che senza un pallone che rotola non esisterebbero nemmeno.