“Che poi il capitano se vuole si leva l’ancora dai pantaloni e la getta nelle onde” (Francesco De Gregori, i muscoli del capitano)

 

Nei giorni in cui Tananai, Madame e Rose Villain scrivono e incidono una canzone che si chiama “Ho fatto un sogno” per celebrare i campioni d’Italia, noi cerchiamo disperatamente qualcuno in grado di razionalizzare questo incubo in cui siamo finiti. Perché il finale di stagione del Bari ha tutti i connotati dell’incubo dal quale non riesci nemmeno a svegliarti. Ricapitolando, ci apprestiamo ad affrontare le ultime tre giornate di campionato – più un eventuale supplemento di sofferenza che a questo punto sarebbe una conquista, pensate come siamo messi – con: un allenatore delegittimato in partenza, privato della parola e la cui unica idea tattica è “mettiamoci a quattro dietro e vediamo cosa succede”, una società che ha scelto deliberatamente di non avere alcun piano per raggiungere la salvezza, la totale assenza di leadership in campo e un capitano che ha pubblicamente gettato la spugna.

 

Molto romantica la scena di Di Cesare in conferenza, ci siamo sentiti tutti come lui: abbandonati dalla società e dal destino avverso che ci ha fatto sfiorare il sole con le nostre ali di cera, salvo farci poi precipitare come Icaro, colpevole di essersi avvicinato troppo a quella luce, a quel calore. Ma ditemi quante squadre possono permettersi di affrontare il rush finale di un campionato da sempre infido e sporco con un capitano in lacrime. Qui non si tratta di essere cinici; ma ad Ascoli, Terni, La Spezia e Cosenza si staranno sfregando le mani.

 

De Gregori cantava che “il capitano se vuole si leva l’ancora dai pantaloni e la getta nelle onde” e forse sarebbe ora di togliersi questa zavorra di dosso. La partita di ieri ha dimostrato che non abbiamo più totem ai quali aggrapparci, è questa è forse la notizia peggiore. Se il capitano piange, l’unico barese del gruppo pensa da qualche mese a questa parte di poter risolvere la questione buttandola in caciara. Espulso dalla panchina qualche settimana fa, ieri si è fatto espellere anche in campo, grazie anche alla sceneggiata di Micai certo, uno che piaccia o no ha la testa settata sul mood “l’unica cosa che conta è salvarsi”, come tanti suoi compagni, come la maggior parte dei giocatori e degli allenatori delle squadre che si stanno giocando questo finale di stagione contro di noi.

 

Ammesso che il Bari abbia deciso di giocarsele queste chance. Perché al momento gli unici che ci credono sembrano essere i tifosi, anche ieri in 2000 a Cosenza. Sì, ma qual è il piano? Perché ad oggi questa è la cosa che preoccupa di più. Per ora l’idea è quella di andare in ritiro lontano dalla città, a preparare la gara con il Parma. L’ennesima stupidaggine di una stagione figlia dalla somma di scelte senza senso. Dalle call notturne col Brasile per un portiere che ha infuso insicurezza anche due centrali che hanno quasi 80 anni in due, alla scelta di due allenatori i cui ultimi successi sono del 2010. Solo per la cronaca, all’epoca gli allenatori migliori erano Mourinho e Allegri, nel calcio moderno le decadi sono un lustro. Marino e Iachini non fanno eccezione. Ora la scelta di allontanare la squadra dei tifosi. Se c’è qualcuno che può provare disperatamente a salvare il Bari è Bari.

 

E invece cosa decidono di fare dalla stanza dei bottoni? Lasciarli soli al loro destino, in punizione. A farli intristire più di quanto non siano già tristi cosa che ci comunicano costantemente in campo con le loro facce, la postura, l’incapacità di reagire a qualsiasi evento avverso. Ci si salva se hai un piano. E per quanto possa sembrare comico – cosa non è comico in questa stagione del Bari e della sua “squadra A”? -, se hai cambiato quattro allenatori (a libro paga ne hai due, ricordiamo che Mignani lo paga il Palermo e Giampaolo era già un uomo della società), puoi provare con il quinto.

 

E non è una provocazione. L’anno scorso il Foggia, dopo una stagione al limite del ridicolo, scelse di affidarsi a Delio Rossi per andarsi a giocare i playoff. E per poco non ci scappava il miracolo che qualche anno prima riuscì allo stesso Delio Rossi con il Bologna, preso a due giornate dalla fine in B e portato in Serie A dopo i playoff con il Pescara. Ci sono allenatori che non hanno paura di queste sfide, che vivono per queste cose. E la classifica dice che il Bari non è retrocesso, e non è nemmeno così spacciato come il terz’ultimo posto direbbe. È un punto dietro tre squadre che devono affrontare una serie di incroci in un campionato che ha già dimostrato di essere così imprevedibile che, calendario alla mano, potrebbe tornare in corsa anche la Feralpisalò.

 

E noi? Noi ci prendiamo il lusso di rassegnarci al destino con tre giornate di anticipo. Di non chiedere scusa, di non parlare, di non spiegare qual è il piano, di allontanare la squadra da una città che avrà mille difetti ma di sicuro è innamorata del Bari, di andare in guerra con la faccia di chi la guerra l’ha già persa. No, questo è inaccettabile. Più di ogni singolo errore di Polito, più dell’assenza della società. Più dei post sull’asta delle magliette durante la partita. Be’ oddio, quello no. Il Cosenza ci ha dominato con giocatori che con noi facevano fatica a trovare spazio in Serie C, ennesima lezione (non) imparata da Ciro l’ex immortale.

 

Lavora, migliora, studia e taci se possibile, che le dichiarazioni contro “il signor Marras” non sono mai state una grande idea, nemmeno quando le cose andavano bene. Perché il calcio sa essere molto perfido, soprattutto con chi parla troppo quando ha il vento in poppa e non ci mette la faccia quando bisogna dare spiegazioni. Non sappiamo cosa sta accadendo nelle loro chat, se Polito e De Laurentiis si siano sentiti anche solo per dirsi “Tu hai idea di cosa fare?”. Perché io non posso credere che l’unica idea sia il ritiro punitivo.

 

La retrocessione sarebbe una tragedia sportiva per i tifosi e per la città, ma sarebbe una mazzata anche per loro. Che si facciano venire un’idea buona dopo tante idee sbagliate, fosse anche quella di mandare uno degli allenatori a libro paga del Napoli a Bari per tentare l’impresa. Vista la situazione va bene tutto, tranne la rassegnazione e il silenzio. Non abbiamo nessuna intenzione di accettare il destino di Icaro, noi al sole vogliamo avvicinarci ancora. Ma un favore ve la chiediamo: se dovete dirci qualcosa, fatevi venire un’idea prima. Una buona, una sola. Magari l’ultima.

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