In vista della nuova stagione calcistica, abbiamo intervistato Fabio Mecca, presidente del Barile, per fare il punto della situazione tra l'entusiasmo della recente promozione, le ambizioni future e il profondo legame con la comunità locale.


Bentrovato Fabio. Sei pronto in vista della prossima stagione?
«Io sto benissimo: fortemente concentrato, motivato e anche voglioso di dare seguito a questo percorso. Ho voglia di vedere ciò che è stato fatto e come è stato costruito. Quando si lotta per arrivare a un certo punto, è fondamentale ripartire subito.»

Facendo un passo indietro, da dove nasce la tua passione per il mondo calcistico e quali sono state le tappe principali alla guida del Barile?
«Nel mio passato sono stato sempre un appassionato di calcio, ma legato al mondo classico della propria squadra del cuore, nulla di più. Per quanto riguarda il Barile, è sempre stata una squadra presente, che ha condizionato in maniera sia positiva che negativa l'andamento umorale dei nostri concittadini. In passato mi è capitato anche di fare da sponsor o di essere vicino ad altre società, ma in maniera assolutamente marginale, guardando dal finestrino, se così possiamo dire... Dopo il COVID però, Barile è rimasta senza squadra per molto tempo e questo è stato uno stimolo per dire: "Bene, allora ripartiamo, proviamoci e vediamo che cosa succede, riportiamo un po' di movimento calcistico all'interno della nostra comunità". Storicamente il Barile è stato parte attiva dei campionati, almeno di Prima Categoria. Poi l'appetito è venuto mangiando. Devo dire che nulla è stato fatto con una programmazione precisa, ma sempre con educazione e rispetto in un mondo nuovo, e con una grande ambizione. Per fortuna le persone giuste, le scelte giuste e anche quel giusto "fattore C", se così possiamo dire, ci hanno dato la possibilità di arrivare nel giro di pochi anni già in Promozione.»

In vista della prossima stagione, qual è il vero obiettivo del Barile? In tanti tra gli addetti ai lavori vi danno un po' come la mina vagante del campionato, come una possibile rivelazione.
«Noi sicuramente ci approcciamo con grande rispetto a un campionato che il Barile non fa da più di 30 anni e che è assolutamente importante: vuol dire affacciarsi in un mondo che conta per quanto riguarda il calcio, senza disprezzare ciò che è stato fatto in passato. La nostra idea è quella di fare bene, di mantenere alto il nome del Barile. Sappiamo che sarà difficile, non sarà assolutamente facile e troveremo ostacoli e squadre che hanno una grande esperienza e uomini che hanno già affrontato questo campionato. La nostra è sicuramente voglia di proteggere il nostro posto in Promozione e divertirci fino alla fine.»

Tra le vittorie più grandi della tua gestione c'è sicuramente quella di aver riavvicinato la comunità allo stadio, con un tifo organizzato sempre presente ogni domenica.
«Assolutamente sì. Devo essere onesto: questa è la cosa che maggiormente gratifica me e la mia dirigenza, ed è uno stimolo per i giocatori. È la vittoria più grande, al netto di ogni percorso e risultato del campo. Avere la possibilità di vedere 250-300 persone ogni domenica — tra bambini, famiglie, donne e persone anziane — vuol dire veramente essere entrati nel cuore della comunità. In parallelo c'è un tifo organizzato che ci dà forza, ritmo, determinazione e che ci porta anche il "conto". Vuol dire aver compiuto veramente un gran percorso dal punto di vista del rapporto con la comunità.»

Quali sono stati invece i momenti e le situazioni maggiormente critiche e di difficoltà che hai incontrato in questi anni da presidente?
«Possiamo dividerli in due realtà. La prima è quella calcistica: lo scorso anno il cambio di allenatore in corsa mi ha dato un attimo di tensione nei rapporti interni ed esterni, anche se è stata una scelta obbligata. Poi, quando siamo arrivati alle ultime due partite fondamentali, c'era la consapevolezza di far bene ma anche l'incognita di una "spada di Damocle", e quelle le ho vissute con maggiore tensione umana... La seconda difficoltà riguarda l'ambiente: a me farebbe tanto piacere che, al netto della mia presidenza, la comunità e gli imprenditori territoriali potessero essere un po' più vicini a quello che stiamo facendo. Lo dico sempre: il Barile non è di Fabio Mecca, il Barile è dei barilesi. Una maggiore vicinanza e una maggiore forza ci danti la possibilità di programmare più a lungo raggio tutto il nostro percorso.»

Dal punto di vista della rosa, a che punto siete? Avete inserito pedine d'esperienza come Jawara o Rocco Di Nella, ma puntate molto anche sui giovani...
«La nostra idea è stata quella di puntellare quello che abbiamo con i ragazzi del territorio, perché alla fine il nostro obiettivo è anche quello di allevare e far crescere i giocatori del circondario del Vulture-Melfese, con la speranza che possano prendere il volo verso altre realtà o magari prenderlo insieme a noi. Abbiamo rinforzato il reparto riprendendo persone con grande esperienza, che sappiano muoversi sul campo, affrontare i momenti difficili e fare da bandiera per un'identità precisa di un Barile sempre combattivo. Stiamo valutando le ultime operazioni di mercato e speriamo di portarle a casa con la massima soddisfazione.»

C'è piena sintonia con il mister? Che clima e che aria si respira all'interno dello spogliatoio? «È uno spogliatoio giovane che viene da tante vittorie. Chi si è inserito lo ha fatto veramente come la nota mancante in una grande orchestra: c'è voglia di giocare, di mettersi in gioco e di misurarsi. Ci si allena, ci si confronta, ma allo stesso tempo siamo già diventati una famiglia, un nucleo di persone con un interscambio emotivo che va oltre il campo di gioco. Credo che questa sia stata la nostra forza negli anni passati: riuscire a creare un gruppo solido, unico, concreto ed operativo con cui è stato possibile raggiungere tutti questi obiettivi.»

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