Dal cuore dell'Argentina a trascinatore dell'Oppido: la storia di gol, "Mate" e riscatto

Ci sono storie di calcio che profumano di tradizione, di quelle che si tramandano di generazione in generazione attorno a un tavolo, tra un asado e un consiglio tattico.
Quella del centrocampista Alen Lautaro Mur dell'Angelo Cristofaro Oppido è esattamente una di queste.

Con il calcio nel DNA – grazie a un nonno e a un papà che hanno vissuto di pallone – e dopo aver calcato i campi caldi della Serie B argentina, ha scelto l'Italia per consacrarsi.

Una stagione da incorniciare: 12 gol totali, la conquista della Coppa Italia regionale e una cavalcata trionfale nei playoff.

 Lo abbiamo incontrato per farci raccontare il suo viaggio, il legame viscerale con Oppido, i sogni per il futuro e tanto altro ancora...

Partiamo dalle origini. Raccontaci dove muovi i primi passi in Argentina e come ti innamori di questo sport. 
«Il calcio per me è tutto, è una passione che unisce tutta la mia famiglia. Mio nonno è stato sia giocatore che allenatore, e mio papà ha fatto lo stesso percorso (anche se, a dire il vero, allenava meglio di come giocava, mentre per mio nonno era il contrario!). Io mi trovo dentro un campo da calcio da quando ero piccolissimo, il pallone è sempre stato con me. Ho fatto il settore giovanile nel C.A. Platense, ma nel 2016 sono arrivato nella squadra che mi ha permesso di fare i primi passi nel calcio professionistico: il C.A. Defensores de Belgrano. Nel 2017 ho fatto il mio debutto e ho segnato il mio primo gol in prima squadra; l’anno successivo siamo saliti in Serie B. Lì sono rimasto per 4 anni, prima di trasferirmi per un anno all'Estudiantes de Río Cuarto, un'altra squadra di Serie B. Dopodiché, ho preso la decisione di venire in Italia.»

Quali club in Argentina ti hanno permesso di maturare e crescere definitivamente?
«Se devo sceglierne uno solo, ti dico assolutamente il Defensores de Belgrano. È lì che ho mosso i primi passi importanti: il primo ritiro, il primo gol tra i professionisti... e soprattutto lì ho conosciuto tantissime persone splendide che mi hanno aiutato a crescere.»

Quale calciatore era il tuo idolo da bambino? Quale invece guardi con particolare attenzione, oggi? «
Da argentino ti devo rispondere per forza Messi e Maradona! Però, fin da quando ho iniziato a giocare, ho sempre guardato con attenzione i centrocampisti e i creatori di gioco. Mi piacciono tantissimo giocatori forti come Verón, Riquelme, Pastore, Kroos, Vidal e Iniesta: ce ne sono davvero tanti da cui provare a rubare qualche segreto.»

Come mai hai deciso di approdare in Italia?
«La scelta di venire in Italia è nata quando un procuratore mi ha fatto recapitare una proposta in cui tutto mi sembrava perfetto, sia dal punto di vista calcistico che economico. Avevo 26 anni e ho pensato che fosse il momento giusto per fare il grande salto ed mettermi alla prova in Europa»

Arriviamo al presente. Secondo posto a -7 dal Melfi in campionato: aspiravate a chiudere al primo posto?
«Non è stato solo un grande campionato, secondo me tutta la stagione è stata bellissima. Abbiamo chiuso sollevando la Coppa Italia, siamo arrivati secondi in classifica e abbiamo vinto i playoff. È vero, c’è stato un periodo in cui ci siamo detti: "Possiamo vincere pure il campionato". Però, tra l'impegno della coppa nazionale e una rosa un po' corta, alla fine abbiamo mollato un pochino; ma posso assicurarti che abbiamo dato tutto quello che avevamo per arrivare lassù.»

Avigliano e Santarcangiolese: quanto è stato impegnativo agguantare la fase nazionale per gli spareggi in vista della Serie D?
«È stato un percorso durissimo e molto dispendioso, sia a livello fisico che mentale. Affrontare squadre così attrezzate in partite da dentro o fuori non è mai facile, ma il gruppo ha dimostrato una forza mentalità incredibile. Volevamo la fase nazionale a tutti i costi e ce la siamo presa con il cuore...»

Come state preparando la gara contro l’Avola?
«Abbiamo guardato i video delle loro ultime partite perché è un rivale che non conosciamo direttamente. Detto questo, noi faremo sicuramente il nostro lavoro, concentrandoci principalmente sulle nostre giocate e su quello che dobbiamo fare noi in campo.»

Per te quest’anno già 12 gol in stagione, ben 10 in campionato. È tra le tue migliori annate?
«Sì, fino a questo momento direi proprio di sì, ma per tutto l'insieme. Porterò sempre nel cuore tanti momenti bellissimi di quest'anno: vincere la coppa, segnare nella finale dei playoff... e poi conta molto come mi hanno fatto sentire tutti quanti. Non parlo solo dei miei compagni, ma dello staff, della società e di tutto il paese.»

Quanto ti senti legato all’Angelo Cristofaro Oppido? 
«Moltissimo. Come ti dicevo prima, mi hanno fatto sentire fin da subito uno di loro. Qui c'è gente genuina, che prima ancora di parlarti di calcio ti chiede come stai, da dove vieni e se hai bisogno di qualcosa. Questo per me ha un valore immenso.»

Cosa ti porti dietro dalla cultura e dallo stile calcistico argentino?
«Fuori dal campo sicuramente le nostre tradizioni: il Mate e l'Asado! Per il resto, sono un ragazzo a cui piace tantissimo vivere lo spogliatoio, fare gruppo, chiacchierare e scherzare. Sono davvero molto attaccato al gruppo dei ragazzi, per me il collettivo viene prima di tutto.»

Che rapporto hai con mister Santagata e quanti meriti ha di questo incredibile risultato?
«Il mister è bravissimo a capire i giocatori e a comprendere il momento psicologico e fisico di ognuno di noi. Ha moltissimo merito in questo percorso. Io la vedo così: per raggiungere grandi obiettivi c'è motivo del lavoro di tutti – società, staff e giocatori – altrimenti non si va da nessuna parte...»

In futuro ti vedi ancora in Basilicata?
«Sinceramente non lo so ancora. Per adesso voglio solo pensare a chiudere la stagione nel migliore dei modi, poi a mente fredda deciderò il mio futuro.»





a cura di 
Emanuele Cantisani

AZ Picerno, avanti con De Luca: trovato l’accordo per la conferma in panchina
Casarano, playoff finiti a testa alta: al Rigamonti passa il Brescia dopo una stagione da applausi