Picerno, Gabriele Bellodi a ControPiede: "Credevamo nella salvezza, voglio rimanere a Picerno. Bertotto e De Luca..."
Dalla prestigiosa scuola del Milan alle battaglie in Serie B, fino alla rinascita in Basilicata: la carriera di Gabriele Bellodi è un racconto di talento, resilienza e grandi sfide. In questa intervista, il difensore rossoblù ripercorre il suo cammino, tra il sogno rossonero, il superamento di gravi infortuni e la recente, entusiasmante salvezza conquistata con il Picerno...
Gabriele, partiamo dalle origini: il settore giovanile del Milan. Quanto ha inciso quel percorso sulla tua formazione, non solo come calciatore ma come uomo?
"Tantissimo. Il Milan è una scuola di vita prima ancora che di calcio. Ti insegnano tutto: il rispetto per i compagni, per le regole, per gli orari e per ogni singola persona che lavora con te. Sul campo, poi, mi ha aiutato molto giocare sempre con i ragazzi più grandi. A 15 anni, scontrarsi con chi ne ha 16 o 17 fa un’enorme differenza a livello fisico. Per il mio ruolo di difensore è stata una palestra fondamentale per abituarmi subito al calcio dei 'grandi'."
Poi arrivano le esperienze a Olbia e Crotone. In Calabria hai vissuto l'emozione della Serie B, ma hai definito quel periodo come un "piccolo passo falso". Perché?
"Arrivavo da una stagione importante a Olbia e a Crotone avevo solo 19 anni. Col senno di poi, forse non ero ancora pronto per un salto così grande in una squadra che era fortissima e che infatti vinse il campionato: riuscii difatti a trovare pochissimo spazio. È stato un passaggio difficile, ma necessario per capire i miei limiti di allora e dove dovevo lavorare."
A Crotone hai incrociato Giovanni Stroppa e hai condiviso lo spogliatoio con gente come Messias, Simi e Maxi Lopez. Che ricordi hai?
"Stroppa è un allenatore fortissimo, e lo dicono i fatti: vincere quattro campionati di Serie B non è da tutti. È estremamente preparato. Lo spogliatoio era incredibile, c’era una qualità tecnica altissima ma soprattutto un gruppo di ragazzi fantastici: nonostante i nomi altisonanti, l'ambiente era eccezionale."
Nel 2020 torni ad allenarti con la prima squadra del Milan prima di andare ad Alessandria. C’è il rimpianto per non aver esordito in maglia rossonera?
"Nessun rimpianto. Quando ti alleni ogni giorno con quei campioni, capisci subito che il livello è altissimo e non parlo solo di tecnica, ma di impatto fisico e mentale. È 'un’altra roba' rispetto a tutto il resto. Viverlo da dentro ti dà una consapevolezza che la TV non può darti: impari solo guardandoli."
Olbia è stata per te una seconda casa, dove hai superato le 100 presenze e indossato la fascia da capitano dopo un brutto infortunio. Com'è stato tornare lì?
"È stato un nuovo inizio. Venivo da un anno fermo per un grave infortunio ai tendini del retto femorale; non sapevo nemmeno come avrebbe reagito il mio fisico. Il Presidente mi chiamò in estate e non ebbi dubbi: a Olbia ero stato bene e volevo tornare. Il legame con quella piazza è profondo, e mi è dispiaciuto tantissimo per la retrocessione del secondo anno. È stata una batosta, altrimenti sarei rimasto molto volentieri..."
Dopo una parentesi a Rimini, arriva la chiamata del Picerno. Cosa prova un giovane abituato a piazze importanti quando finisce in un piccolo borgo della Basilicata?
"Il Direttore Generale Greco mi aveva cercato già in estate, ma il Rimini non mi lasciò partire. Quando è tornato alla carica, non ho guardato alla grandezza del paese, ma alla serietà della società. Sapevo che il Picerno aveva sempre fatto bene e non ho avuto paura delle difficoltà di classifica, mi interessava il progetto tecnico, non la vita mondana."
A Picerno hai vissuto il cambio in panchina tra Bertotto e De Luca. Quali sono le differenze e come siete arrivati alla salvezza?
"Sono due ottimi allenatori. Con Bertotto avevamo già iniziato a cambiare passo nel girone di ritorno, poi la società ha fatto le sue scelte; De Luca è stato molto intelligente: è tornato senza stravolgere tutto, inserendo solo pochi concetti chiave che la squadra, essendo matura, ha recepito subito. Abbiamo giocato un calcio moderno, duttile, alternando difesa a tre e a quattro: mi sono trovato benissimo in entrambe le vesti."
La salvezza è arrivata con vittorie pesanti contro Catania e Cosenza. Ve lo aspettavate?
"Sì, perché ci credevamo. Sapevamo che per salvarci serviva un’impresa contro le grandi e siamo scesi in campo senza paura, senza niente da perdere dimostrando di meritare quei risultati."
In maglia rossoblù è arrivato anche il gol contro il Crotone: quattro gol in carriera tra i professionisti, tutti di testa. È il tuo marchio di fabbrica?
"Diciamo che ho un buon tempismo, anche se non sono un gigante! È una delle mie caratteristiche migliori, anche se, onestamente, per quanto salto bene di testa dovrei fare molti più gol (ride, ndr)."
Hai vestito l'azzurro dall'Under 16 all'Under 20. Qual è l'emozione più grande legata alla Nazionale?
"Sentire l'inno in campo la prima volta da titolare è un’emozione indescrivibile. Conservo ricordi bellissimi degli Europei Under 17 e Under 19 e dei Giochi del Mediterraneo. Rappresentare l'Italia è il massimo per un calciatore."
Chiudiamo con una tua frase presa da uno dei tuoi ultimi post su Instagram: "come può uno scoglio arginare il mare". Qual è stato lo scoglio più grande della tua carriera?
"L'infortunio che mi ha tenuto fermo un anno. Stare lontano dal campo senza poter toccare il pallone è la prova più dura per un atleta. Ho scelto quella frase anche per la salvezza di quest'anno: quando sei ultimo la palla scotta e le difficoltà sembrano scogli insormontabili, ma noi siamo stati un mare capace di travolgere tutto."
Il futuro sarà ancora a Picerno?
"Ho altri due anni di contratto. La mia volontà è quella di rimanere, mi trovo bene e credo che con questo gruppo si possano fare grandi cose."
a cura di Emanuele Cantisani